SS Umbria
"Gli eroi dimenticati"
di: Emiliano Frattaroli
La nave della Marina Mercantile Italiana SS Umbria, lunga 155 metri, larga 18 e con una stazza lorda di oltre 10.000 tonnellate, partita da Genova il 22 maggio 1940, dopo aver fatto scalo a Livorno e a Napoli, per caricare materiale bellico, si trova ormeggiata al porto di Messina per stivare altre scorte. I marinai della nave, stanno ultimando i preparativi per salpare dal porto siciliano per un lungo viaggio. La situazione emotiva, un po' in tutto l'equipaggio, è alquanto instabile. Non c'è la certezza del futuro, l'Italia sta decidendo se entrare in guerra accanto all'alleato tedesco. La rotta prevede attracchi a Massaua e Assab, con direzione verso la Colonia Italiana dell'Eritrea in Africa orientale e, infine, a Calcutta.
Nella plancia di comando, il calendario mostra la data di martedì 28 maggio 1940, l'orologio segna le ore 17:00.
Lorenzo Muiesan, Capitano di lungo corso classe 1897 è il Comandante della nave e, insieme al responsabile della stiva Gianni e al nostromo Bonacorso, stanno consultando la lista delle merci e i documenti che gli serviranno per attraversare il canale di Suez. Sono presenti anche il primo ufficiale Rodolfo Zarli, classe 1906, che compie le operazioni di routine, e un pilota. Gianni, sta leggendo a Muiesan la lista. “...6.000 tonnellate di bombe, 600 casse di detonatori, spezzoni incendiari, 200 tonnellate di alto esplosivo di 12/ma e 13/ma categoria, 100 tonnellate di armi varie, 2.000 tonnellate di cemento e altre merci. Comandante, vuole che le legga tutte?” Muiesan, è certo delle capacità del suo equipaggio e la lettura della lista è praticamente una formalità. “No, Gianni grazie, va bene così.” Poi, si rivolge a Bonacorso. “Nostromo, assicuriamoci che il carico sia messo in sicurezza, non sappiamo con precisione i mutamenti atmosferici, e il tempo cambia repentinamente”. Bonacorso risponde con professionalità. “Certo Comandante, già ho ricontrollato ogni cosa. E tutto è, come deve essere”. Muiesan, guarda entrambi soddisfatto, e li congeda. “Bene, allora è tutto apposto. Potete andare. Grazie. Ottimo lavoro come sempre”. Gianni, ripone la documentazione nell'apposito cassetto e, dopo, aver salutato il suo superiore, esce seguito da Bonacorso. Muiesan, si guarda intorno e un sorriso malinconico appare sul suo viso. Si rivolge a Zarli. “Come cambiano le cose, e come è cambiata questa nave, a parte la plancia che è rimasta la stessa. Prima trasportava dei passeggeri che si godevano una traversata atlantica, con belle cabine, in abiti eleganti e varie comodità. Immagina, la stiva piena di materiali da viaggio, la maggior parte impiegati per utilizzazioni voluttuarie, solo per far mostra di sé e generare invidia. Considera, comunque, anche l'allegria di un bel viaggio di piacere”. Sembra immaginarlo nella sua mente, tanto che lo sfiora un sorriso. La realtà però la conosce bene e con velata tristezza continua. “Ora nella stiva ci sono bombe, armi, cemento, e la nostra fonte di energia, il carbone...” Zarli lo interrompe con complicità. “Senza dimenticare il vino e l'Arzente”. Muiesan, lo guarda con aria di finto rimprovero, e continua sorridendo. “Nonché quelle tre automobili bellissime, che chissà quali ricconi scorrazzeranno”. Zarli, anche lui attratto dalla bellezza di quelle auto. “E sì che belle. Perché non ne compra una Comandante?” Muiesan con simulato atteggiamento superiore. “Certo. Anzi... quasi quasi, ne compro due, e una te la regalo”. Zarli, allegramente, continuando la commedia. “Grazie Comandante, farò morire d'invidia tutti, a Capodistria”. Muiesan, si guarda intorno, è la sua plancia, e ne conosce ogni strumento, ogni bottone, ogni rumore e, come sempre, si sente affascinato e orgoglioso del suo mestiere. È la passione che ha ereditato dai suoi familiari, come lui marinai. Con voce quasi sognante, come se stesse parlando a sé stesso. “Eppure, dopo tutto, è sempre una gran bella nave”. Zarli, che ha sentito, e sa quanto Muiesan ami parlarne, gli da corda. “E sì, ne ha passate tante, come si dice... ne ha di cose da raccontare”. Muiesan, non si fa pregare. “Sai, cinque anni fa doveva essere demolita. La guerra in Abissinia l'ha salvata. Il nostro governo l'ha rimessa in sesto e cambiato il nome, da un esotico SS Bahìa Blanca a SS Umbria”. Zarli, pensieroso. “Non porta male cambiare il nome alle navi?” Muiesan, non è superstizioso e gli risponde. “Amico mio, non dar retta, sono solo storie”. Si avvicina alla mappa geografica distesa sul tavolo. “Piuttosto vediamo il piano di navigazione”. Tornati nel loro ruolo, Zarli e Muiesan ricapitolano sulla mappa le località che devono raggiungere e la rotta da mantenere. Muiesan sembra soddisfatto. “Bene, un bel viaggio, e andrà bene come sempre. Allora siamo pronti a salpare?” Zarli, prontamente risponde. “Pronti a salpare Comandante”. Muiesan, in modo formale, come fosse un rituale. “Bene primo ufficiale Rodolfo Zarli, ci porti alla nostra destinazione, dia gli ordini per salpare”. Zarli, istruisce il pilota.
La nave SS Umbria, salpa dal porto di Messina il 28 maggio 1940 alle ore 17:30. Vengono mollati gli ormeggi.
La SS Umbria si è appena staccata dal molo, mentre Mario, il capocuoco, è sul ponte e guarda verso la banchina con apprensione. Sembra trepidante, come stesse attendendo qualcosa di importante. Un eterogenea e dinamica folla è presente sul molo, per lo più addetti al carico e scarico. Carretti pieni di merci si fanno strada tra chi arriva e chi parte, con abiti che denotano il loro stato sociale. Tra loro un giovane, con un oggetto in mano, trafelato sta dirigendosi verso la SS Umbria, che si è allontanata di qualche metro dal molo. Mario vede il ragazzo e, agitando le braccia, gli va incontro verso la poppa della nave urlandogli. “Ce l'hai? É di oggi? Sì?” Mentre corre, il ragazzo sulla banchina urla a squarciagola la risposta a Mario. “Sì... Sì...” Il ragazzo, aumentando l'andatura, cerca di avvicinarsi il più possibile all'imbarcazione, e mentre Mario gli urla di lanciarglielo, lui scaglia con forza il pacchetto. Mario, con un po' di fortuna e molto goffamente riesce a farlo suo. Se lo porta alle labbra e lo bacia. Urla entusiasticamente i ringraziamenti al ragazzo, e fa per avviarsi velocemente all'interno della nave. Nel mentre incrocia Gianni che lo ferma e gli dice. “Ehilà, che fretta. Che c'è di tanto importante. Un ingrediente segreto da portare in cucina?” Mario, scarta con attenzione il pacchetto e ne tira fuori una copia del quotidiano Il Popolo d'Italia. Gianni come vede il giornale rimane un po' deluso. “E io che pensavo fosse qualche novità per la tua arte culinaria. E invece, capirai, è solo un giornale”. Mario è tutto preso dalla rivista e dice tra sé. “Chissà quando potrò leggerne un altro...” Poi risponde a Gianni con trasporto. “E questo, non è solo un giornale, caro il mio Gianni. Questo, è Il Popolo d'Italia”. E continua fiero indicando il quotidiano. “Queste sono le parole del Duce! Il Duce... il nostro Duce”. Gianni sembra un po' deluso. “Visto che non sono un gran lettore, avrei preferito un po' di caffè. Magari quello vero”. Mario cambiando tono, sentendosi chiamato in causa nel suo lavoro. “Beh, il caffè vero non l'ho trovato, lo sai ormai ci arriva solo dalle Colonie e, oltretutto, costa un'esagerazione. Ho comunque dell'ottimo caffè d'orzo. Per il resto la cambusa è a posto. Anzi, abbiamo più di quanto ci possa servire. Sono stato al mercato di Messina... pensa ho trovato anche le frattaglie... sai, oggi è martedì”. Gianni lo interrompe e mentre lo sospinge amichevolmente verso l'interno della nave gli dice. “Non pensi che sia ora di cominciare a cucinare per questa ciurma di quasi un'ottantina di poveri marinai?” Entrambi entrano nella nave.
Il calendario segna la data del 29 maggio 1940.
La SS Umbria è in navigazione, i marinai sono tutti ai propri posti di lavoro. Il regime non militare della marina mercantile fa sì che i rapporti tra i componenti dell'equipaggio non siano vincolati dal grado gerarchico, piuttosto dalle conoscenze personali e dalle varie passioni comuni. Due marinai, Ermete e Goffredo, stanno lavando il ponte dalla polvere di carbone. Ermete sta parlando con accento genovese. “Sai è successo così, tutto all'improvviso”. Goffredo distratto chiede. “Cosa?” Ermete. “Come cosa? La proposta”. “Ah sì, di matrimonio. Come all'improvviso? Non l'avevi preparata prima?” Ermete “È successo che, quando le ho detto che avevo avuto il Contratto di Arruolamento, lei così, come una bambina, istintivamente mi ha detto. Allora ci sposiamo?” Goffredo incredulo. “Lei? Non tu? Allora è lei che ti ha fatto la dichiarazione?” Fa una risatina e continua. “Si è proprio girato il mondo. Io quando la feci a Sabrina, studiai tutto nei minimi particolari e...” Ermete lo interrompe. “No, non è che lei mi ha fatto la proposta di matrimonio... sono io che ho preso la palla al balzo e l'ho fatta a lei”. Goffredo continuando a sbeffeggiarlo. “Vabbè, possiamo dire che sei arrivato secondo. Poi l'anello, te lo ha dato? Oddio scusa. Piuttosto, l'anello l'avevi, o sei arrivato secondo anche in quello?” Ermete amichevolmente infastidito. “Con te non si può parlare. E non so come mi sia venuto in mente di chiederti di fare il mio testimone di nozze. Dovevo aver bevuto troppo quel giorno”. Goffredo. “A proposito, non dirmi che mi dovrò portare il vino da casa, con voi genovesi non si può mai sapere”. Ermete con simulata ira. “Va bene questo è troppo! Da questo momento ti viene annullato il ruolo di testimone e sarai bandito dalle nozze”. Si guardano, sorridono e continuano a lavorare. “Comunque...” continua Goffredo “...io il vino, me lo porto lo stesso”.
Sotto di loro, nel locale caldaie, dove da poco hanno finito di scaricare il carbone, marinai neri di fuliggine stanno spalando il combustibile nelle caldaie. Il riflesso del fuoco, disegna un aspetto spettrale su quei volti sporchi e li rende irriconoscibili, uno simile all'altro. La fatica si nota in ogni movimento, in ogni goccia di sudore che imperla i loro visi. Adalberto parla con il suo collega Pietro. “Non è che mi lamento, questo è sì un lavoro duro, tuttavia mi dà la possibilità di viaggiare, ed è quello per cui sono nato. Porca miseria, però mi ritrovo a invidiare i fuochisti dei treni”. Pietro. “Perché? Hanno il carbone più bello, forse più leggero o che si carica da solo?” Adalberto sorridendo. “No macché carbone. Dalla locomotiva hanno la possibilità di affacciarsi e vedere dove stanno andando, di guardare il panorama. Io qui sono chiuso in una bara. Mi dicono che siamo partiti e che siamo arrivati. Delle volte mi manca l'aria”. Pietro disincantato. “Tanto anche se ti potessi affacciare vedresti il mare, e poi il mare, e magari, forse, qualche volta che ne so... il mare?” Adalberto. “È, che così non mi sembra di viaggiare. Alla fine del turno, sono talmente stanco che non me lo godo il mare, anche se vado a osservarlo mentre mi fumo una sigaretta. Per me, è come se ogni palata che metto nella caldaia, fosse una pagaiata che spinge la nave sulla sua rotta”. Pietro disincantato. “Certo che ne hai di fantasia. Scendi dalle nuvole amico mio, è solo una palata di carbone”. Adalberto lo rimprovera amichevolmente. “Che ne sai tu? Questo è romanticismo e tu sei una capra analfabeta”. Pietro, per nulla offeso. “Sarò pure analfabeta, però ne so più di te di canottaggio, e ti dico che se uno pagaia con due remi, va più veloce. Quindi, adesso ti lascio la mia pala e potrai spalare con due bei remi, mentre io mi metto all'oblò e mi godo il panorama. Che? Vuoi sapere quale? Beh? Mare... mare... mare”. Il direttore di macchina Carlo Costa, responsabile del locale caldaie, è vicino ai due e interviene. “Allora, questo carbone che fa? Si butta da solo nelle caldaie? Oggi sento troppe chiacchiere”. Pietro sente il tono della voce di Costa e nota che ha una vena di preoccupazione. “Che c'è Capo? Qualcosa che non va?” Carlo Costa sembra che sia in ansia. “Ragazzi, siamo sull'orlo di una guerra, e devo dire che, non vedo l'ora di arrivare a Massaua per capirne un po' di più. Forza, dai continuate. Ormai siete quasi a fine turno”. I due, in silenzio continuano a lavorare.
Il Comandante Lorenzo Muiesan è nella sua cabina, e consulta alcuni documenti. Poche foto sono in evidenza messe sulla sua piccola scrivania che tiene in ordine. Quella con il padre, marinaio anch'egli, il giorno del suo primo comando, foto di gruppo, del suo cane e nient'altro. Vicino la porta, un appendiabito con la sua giacca e il berretto. Sul comodino una piccola radio, unico legame con la sua nazione. Seduto, riflette sul momento storico che sta vivendo. Ora come mai, quella radiolina potrebbe dargli informazioni, forse vitali, per sé e il suo equipaggio, composto da brave persone, che lui sente come la sua famiglia. Pensieri tristi s'affollano nella sua mente, eppure vuole scacciarli, e con un moto di ottimismo si sforza di pensare che tutto andrà bene, sarà un viaggio come i precedenti. Si alza, indossa la giacca e il berretto, ed esce per fare il suo solito giro di ispezione.
Nella sala medica, un dottore sta portando le cure a un membro dell'equipaggio, Paolo, per tutti Paoletto. Essendo il più giovane marinaio imbarcato, è un po' la mascotte della nave. Il dottore gli chiede. “Allora, è la prima volta che hai un attacco di mal di mare?” Paoletto “Sì dottore, è strano non mi era mai successo. Forse quello che ho mangiato?” Il Dottore non è convinto. “A me sembra proprio un classico attacco di mal di mare e ti darò qualcosa per attenuarlo”. Il ragazzo prende i medicinali che il dottore gli porge, lo saluta ed esce. Si muove all'interno dei corridoi e dei passaggi ridotti della nave ed entra negli alloggi dei marinai, uno stanzone pieno di armadietti e letti a castello. Raggiunge la sua branda. Si siede sul materasso, cerca qualcosa sotto il cuscino e tira fuori alcune lettere, una penna e della carta da lettera. È al suo primo viaggio importante, e anche la prima volta che lui e la sua fidanzata Marina, saranno lontani per molto tempo. Comincia a scrivere. “Amore mio, siamo in mezzo al mare, dove ti giri c'è solo il mare, il rumore dei motori, fumo e carbone. Se continua così, non è certo il viaggio avventuroso che immaginavamo nelle nostre fantasie. Anche se a volte mi annoio, penso a te e mi sembra di essere insieme. E questo mi basta.” Gli si avvicina Carmelo che sta per iniziare il suo turno in sala macchine. “Allora, passato il mal di mare? Il medico ti ha dato qualcosa? O continuerai a vomitare per tutta la nave?” Paoletto “Sì... sì, grazie, sto molto meglio”. Carmelo “Secondo me ti viene perché stai sempre a scrivere alla morosa”. Carmelo continua con fare complice. “Dimmi un po', le racconti proprio tutto eh? Anche di quella cameriera al porto di Messina?” Paoletto arrossendo. “Che dici? Non me la ricordo neppure... e poi mi ha solo sorriso”. “E sì, ti posso dire che un sorriso come quello non si vede tutti i giorni. Più che un sorriso era un invito”. Dopo una breve pausa e un sospiro, continua. “Eh, tu neanche te ne sarai accorto, tu non eri nemmeno lì con noi... la tua testa era con lei”. Continua indicando la lettera. “Com'è che si chiama?” Paoletto, si sposta la camicia da lavoro e mostra il tatuaggio di un cuore che incornicia i nomi di Paolo e Marina, e risponde con un candido sorriso. “Marina... si chiama Marina”. Carmelo “Giusto Marina, e ce l'hai proprio lì sul cuore. E, comunque fai bene... fare il farfallino in giro, non giova all'amore. Quante volte le scrivi?” Orgoglioso, Paoletto gli risponde. “Ogni giorno”. Gli mostra le sei buste con le lettere scritte fino a quel giorno, numerate con la data dal 23 al 28 maggio. Carmelo incuriosito. “E ti scrive anche lei ogni giorno?” Paoletto annuisce con gioia. “Sì... sì... Quando tornerò, ce le scambieremo e le leggeremo insieme”. Carmelo, lo guarda con dolcezza. “Che romantici...” Poi, riflette e gli chiede. “E dimmi un po', che è quella storia della luna che mi avevi detto?” Paoletto, un po' timidamente. “A mezzanotte tutti e due cerchiamo la Luna, così per guardare insieme la stessa cosa. Io tengo conto del fuso orario. A Marina ho lasciato l'orologio che mio padre aveva in trincea sul Carso”. Continua con entusiasmo fanciullesco. “Sai, il Panerai Radiomir, quello che può anche andare sotto l'acqua e con il quadrante che brilla al buio. Quanto ci ho giocato da bambino, anche con Marina. Ci lega molto quell'orologio. Così sono sicuro che saprà ogni volta quando scocca la mezzanotte”. Carmelo, con un sospiro. “Come vi invidio, così innocenti”. Si fa serio e, con aria importante, continua. “Chissà, magari un giorno diventerai un grande scrittore. E, come i grandi scrittori, dovrai cimentarti in qualche biografia di personaggi importanti. Potresti iniziare con la mia”. Sembra concentrarsi in qualcosa di autorevole e gli dice. “Comincerei così: Un gran bell'uomo, intelligente, coraggioso... e...” Una voce giunge da dietro Carmelo, è Pietro che ha finito il turno in sala motori. “Carmelo, è iniziato il tuo turno. Dai muoviti, non far arrabbiare il capo Costa, che oggi non mi sembra in giornata positiva”. Pietro si allontana. Carmelo, prende le sue cose, e mentre si dirige all'uscita, dice a Paoletto. “Beh, questo è già un buon inizio, continua pure, lo scrittore sei tu. Carbone arrivo”. Paoletto sorridendo continua a scrivere la lettera. “Amore mio, tra poco inizia il mio turno, e senza di me i ponti non si lavano da soli. Stanotte cercherò la Luna, perché so che anche tu la starai guardando. P.S. comunque era mal di mare, e ora sto molto meglio grazie al dottore.”
Dal fondo della camerata, tra la selva di letti a castello si sente un urto e un grido di dolore. È Giulio, detto Maciste, che come al solito, essendo un uomo alto quasi due metri, ha sbattuto la testa in qualche posto. “Porca miseria, le navi le fanno per i nani, non per me, troppo piccole!” Invece di preoccupazione per l'accaduto, il fatto genera in molti una risata e uno di loro dice. “No, il fatto è che tu sei gigantesco perché ti sei mangiato il tuo gemello in pancia alla mamma, e per questo hai due nomi... il tuo... Giulio, e quello di tuo fratello Maciste”. Maciste abituato a essere preso in giro per la sua stazza, ribatte. “Eh sì, ridete ridete, che ne sapete voi di essere grossi. Io ho portato i calzoni corti anche quando da bambino me li davano lunghi”. Un altro marinaio gli chiede. “E quanto porti di scarpe?” “Quarantotto e mezzo”. Un altro interviene. “Caspita, in caso di naufragio, io ne prenoto una. Dovremmo dirlo al Comandante che abbiamo due scialuppe in più”.
I giorni passano, il calendario segna la data del 2 giugno 1940.
Due marinai, Sergio e Aldo, in pausa, si ritrovano sul ponte per fumare una sigaretta. Sergio. “Ciao Aldo, che hai una sigaretta, perché le mie le ho dimenticate in branda?” Aldo lo guarda sorridendo. “Dovresti fare una cura per la memoria. Le dimentichi molto spesso”. Aldo tira fuori dal taschino, a fatica, un acciaccato pacchetto si sigarette morbido AOI insieme a una fotografia, cui si vede solo una metà, con inquadrata una bambina. Sergio vede la foto e chiede. “Chi è nella foto, la tua sorellina?” Aldo gli risponde stupito. “Come sarebbe? È Paola la mia fidanzata”. Sergio ancor più stupito del collega. “Chi sei Girolimoni? È una bambina!” Aldo guarda la foto, vede che è piegata e mostra solo la metà dell'inquadratura, così sorridendo la apre e la fa vedere a Sergio. Nella foto ci sono due soggetti, la bambina e una bella ragazza che si tengono per mano. “No, vedi lei è Paola, e la bimba è sua sorella. Che vai a pensare? Io Girolimoni”. Si accendono le sigarette. Sergio guarda più attentamente la foto e dice. “Però, la sorellina è proprio carina... sai se è fidanzata? Così diventiamo pure parenti”. Aldo. “E sarei io Girolimoni... brutto deficiente! Guarda, meglio scapolo tutta la vita che diventare parente con te, solo di sigarette mi costeresti una fortuna”. Gli da una manata amichevole ed entrambi sorridono.
Intanto in sala ricreativa, Fausto, un marinaio tra i più attempati dell'equipaggio, arriva trafelato, è evidente la sua zoppia. A un tavolo sono seduti tre marinai che lo aspettano per fare una partita a carte. Altri marinai sono nei pressi del tavolo. Fausto arriva e si siede tenendo in mano un mazzo di carte che lancia sul tavolo. Gregorio, uno dei giocatori prende le carte, che sono un po' rovinate, e dice. “Accidenti Fausto, che hanno fatto la guerra queste carte?” Fausto sorridendo. “Letteralmente... con me!” Ettore, un marinaio molto giovane sentendo le parole di Fausto, gli si avvicina curioso e gli chiede eccitato. “Veramente hai fatto la guerra?” Fausto nota la curiosità del ragazzo e non si tira indietro e con malcelato orgoglio gli risponde. “Sì, la guerra di Spagna, con il Corpo Truppe Volontarie”. Ettore pressante. “ E hai combattuto?” Fausto continua. “Certo, agli ordini del Comandante Mario Berti”. Gregorio interviene con ironia, come se già sapesse cosa sta per accadere. “Ecco che parte la storia... e chi ci salva stavolta”. Ettore è sempre più interessato. “Caspita, e... com'è la guerra?” Fausto ci pensa un po'. “Com'è la guerra? È la guerra. La mia, fu una scelta, volevo dare il mio contributo, e lo diedi combattendo a Santander nel '37”. Ettore “Ho letto che fu una lunga battaglia. Vero?”. Fausto si fa serio e torna con la mente a quei momenti. “Quindici giorni di scontri intensi e continui. Io fui ferito alla gamba il 24 agosto, mi amputarono fino al ginocchio, e dal mio letto in infermeria, dovetti, seguire le sorti della guerra grazie ai bollettini ufficiali. Alla vittoria, brindammo in tutto l'ospedale, con i più disparati e improbabili bicchieri. Felici d'aver contribuito”. Fausto sembra perdersi nei suoi pensieri e continua cambiando discorso. “E ora? Eccomi qui, come un vecchio pirata con la gamba di legno, a combattere questi agguerriti e feroci giocatori di briscola. E devo dire che, comunque, sono i migliori”. Gregorio quasi spazientito. “E allora forza, cominciamo”. Iniziano a distribuire le carte. Da un tavolo vicino si sente un vociare più forte. Sono Claudio e Alberto che davanti a una bibita stanno discutendo amichevolmente, e animatamente dei loro campioni preferiti. Claudio. “Ahahah, che dici! Il più forte di tutti è Valetti. Va-le-tti. Un vero campione, altro che!” Alberto ribatte con vigore. “Ancora insisti. Neghi l'evidenza. Neghi i fatti. Bartali, Bar-ta-li, ha vinto il Tour di Francia. Valetti, se lo sogna”. Claudio insiste. “E certo, poverino non ha fatto il Giro d'Italia per fare il tour... sai che significa questo?” Alberto. “Che è un campione! Lo ha vinto. I fatti amico mio, i fatti”. “No, vuol dire che si stanca presto, che è un ciclista che durerà poco. Senza futuro”. Alberto beffardo. “Ahahah... ha dato diciotto minuti al secondo e ha vinto la classifica degli scalatori. Non ha vinto, ha stravinto!” Claudio. “Quindi, il distacco di tre minuti dati da Valetti a Bartali al Giro d'Italia, non significa che è più forte?” Giovanni che sta spazzando il pavimento, interviene nella diatriba. “Parlate... parlate, intanto al Giro d'Italia, sono cinque tappe che la maglia rosa sta sulle spalle di quel ragazzino”. Alberto con fare distaccato. “Sì, quell'ex gregario di Bartali... come si chiama... Cippi... Cioppi...” Giovanni. “Coppi... si chiama Coppi”. Claudio dice la sua. “Il solito fuoco di paglia... vedrete che insieme al suo ex capitano, sparirà dalle cronache del ciclismo!” Giovanni con impassibilità mentre continua a spazzare l'ambiente. “Bah...sarà, però l'hanno detto anche alla radio che questo ragazzo va come un treno. E non mi sembra che i vostri idoli riescano a contrastarlo. Bartali sembra stanco e Valetti è in crisi”. Claudio trasecola. “Valetti in crisi... non sai cosa stai dicendo... vedrai che vincerà anche le Olimpiadi di Tokyo”. Alberto lo corregge. “Di Helsinki vorrai dire, le hanno spostate per la guerra tra Giappone e Cina”. Claudio taglia corto. “Vabbè, dove si svolgano non ha importanza, il vincitore è già certo”. Alberto facendogli il verso. “Va le tt i”. Giovanni li rimprovera. “Mamma mia sembrate due bambini. E comunque Coppi è in testa al Giro”. Claudio categorico. “Pensala come vuoi, rimane il fatto che essendo un gran conoscitore di ciclismo, non ho mai sbagliato sui corridori, e ti assicuro che tra un po' la gente dirà: Bartali e Coppi... chi erano costoro?”. Giovanni continua a spazzare il pavimento e dalla porta entra, con passo stanco e annoiato, Eva la gatta della nave, più precisamente di Giovanni. Giovanni come la nota sorride, e le si rivolge con dolcezza e finta ironia. “Ecco che arriva la reginetta della nave. Come stai piccolina?” La gatta sembra capire Giovanni e mentre gli si avvicina si stira sulle zampe posteriori e socchiude gli occhi. Giovanni guarda la ciotola messa al solito posto e vedendola piena continua a parlare con Eva. “Eva, che dici, è di tuo gradimento il menù di oggi?” Eva si avvicina alla ciotola, l'annusa, si gira e miagola leggermente. Giovanni fintamente accigliato continua. “Se non va bene facciamo un reclamo al cuoco? Sei stanca, lo vedo, povera piccina”. Bruno, un marinaio lo prende in giro. “Sicuramente è più stanca del suo padrone che fa finta di spazzare, e a me sembra che il pavimento sia sempre sporco”. Giovanni risentito ribatte. “A parte il fatto che io ed Eva siamo compagni di vita e non esiste nessun padrone, mi sembra che chi stia oziando qui sia proprio tu”. “Ho finito il mio turno e me lo merito. Piuttosto che mosceria che c'è qui dentro”. Si rivolge ad Achille che sta strimpellando alla chitarra e gli chiede. “E tu, come mai non parli di calcio e il tuo amore, il Genoa?” Achille tristemente. “Perché la serie A è finita oggi, e ormai l'Ambrosiana sembra vincere tutto. Belin, non ci riusciamo proprio a vincere il decimo campionato”. Bruno sorridendo. “È che siete la squadra più vecchia, e cominciate ad avere gli acciacchi. Perché invece di essere triste, non ci rallegri con un po' di musica?” Achille si mette a suonare un brano dell'epoca. Come inizia Eva è colta alla sprovvista e si spaventa un po'. Giovanni vedendola le parla come a una bambina. “Mannaggia quel cattivo di Achille ti ha spaventata”. Bruno non riesce a trattenersi e comincia a ridere di cuore. Giovanni rivolto a Eva. “Non lo ascoltare, è una persona senza cuore”. Il rapporto che l'equipaggio ha con Eva è perfetto, lei non da fastidio, e gli uomini non lesinano in carezze e piccoli doni di cibo. Giovanni ed Eva, però, sono un'altra cosa.
Giovanni si imbatté in Eva per caso, in una stradina angusta del porto di Genova. Dapprima aveva pensato di guardare un foglio di giornale accartocciato e gettato in un angolo sotto la pioggia, poi avvicinatosi e guardandolo bene, Giovanni si accorse che era una piccola palla di pelo arruffata e bagnata fradicia. Non sembrava che quell'esserino si muovesse, non dava segni di vita ma, più per scrupolo che per altro, lo analizzò con più attenzione e si rese conto che sì, anche se a fatica, respirava. Con molta cautela lo raccolse. Era un micetto che una volta sollevato, dava la sensazione di pesare molto meno di quanto il volume potesse far ipotizzare. Era una piuma di poche decine di grammi. Dire che fosse pelle e ossa, sarebbe stato un eufemismo. Lo avvolse nel suo cappotto e lo portò via con se. Giovanni abitava da solo, e non viveva molto tempo la sua casa, in quanto marinaio mercantile, con viaggi che duravano mesi. Non aveva mai avuto una relazione sentimentale che potesse essere chiamata tale, solo brevi, anche se intensi, rapporti, mai realmente impegnativi. Neanche un animale aveva trovato modo di relazionarsi con lui, e ora quel tribolato micetto stava per dare, in qualche modo, un senso in più alla sua esistenza. Andò da un veterinario, che dopo averne accertato lo stato di salute, gli comunicò che quel micetto era una micetta. Essendo la prima che aveva, la chiamò Eva. Coincidenza volle che quello era il periodo di riposo di Giovanni, così ebbe tempo di dedicarsi ed essere coinvolto da Eva in maniera totale. Con il tempo le cure di Giovanni fecero effetto su Eva, che in breve si rimise in salute diventando una bella gatta con un manto folto e lucido con due occhi azzurri che sembravano sempre brillare. Il loro rapporto fu da subito intenso, Eva riconobbe in Giovanni il suo salvatore e subì una sorta di nuovo imprinting. Non lo lasciava mai, gli camminava vicino e sembrava avere gli atteggiamenti classici più dei canidi che dei felini. Il problema si presentò quando Giovanni dovette imbarcarsi per un nuovo lungo viaggio. Non aveva modo di affidare Eva a qualcuno di fiducia e comunque non voleva lasciarla, perché nessuno l'avrebbe trattata come lui. Ergo, forzò la mano e decise di portare Eva direttamente a bordo. Fu un piccolo azzardo. In definitiva, quale poteva essere il miglior habitat per un gatto, se non una nave piena zeppa di decine di topi? Con sorpresa di Giovanni, l'accoglienza che fu tributata a Eva da tutto l'equipaggio compreso il comandante Muiesan, fu perfetta, dopo poco sembrava che Eva vivesse già nella nave dal giorno del suo varo. Ormai quando i marinai incontrano Giovanni, non gli chiedono come stesse lui, ma: “Ciao, come sta Eva?” Praticamente all'istante del suo arrivo, Eva diventò la mascotte della SS Umbria e fra carezze e ronfate, ora viene coccolata continuamente. Di topi non ne caccia molti, anzi se ne incontra qualcuno lo guarda e basta, sempre troppo sazia del cibo che ha costantemente a disposizione. Giovanni cerca, per quanto possa, di non perderla completamente di vista. La nave è molto grande, ed Eva aveva capito da subito come e dove muoversi, nonché gli orari di Giovanni. È libera di andare dove vuole. Evita se può il locale caldaie, dove si spaventò alla vista del fuoco. La nave, dal primo momento, la sente la sua grande casa.
È il 3 giugno e la SS Umbria attracca in Egitto, a Port Said, in attesa di attraversare il Canale di Suez e salpare per Massaua. Sotto la supervisione del nostromo Bonacorso, vengono caricate 1.000 tonnellate di carbone, 130 tonnellate di acqua dolce e viveri. Ogni attività di carico è gestita con solerzia e professionalità dagli addetti. Per l'attraversamento del Canale di Suez, salgono a bordo due piloti egiziani e ventitré marine armati della Royal Navy. Muiesan e Zarli in plancia stanno organizzando l'arrivo dei piloti. Ogni volta, è causa di malumori da parte dell'equipaggio, e adesso la tensione è più palpabile. Gli stessi militari, sembrano più attenti, più concentrati, e il loro fare nervoso, contagia tutto l'ambiente. Gli inglesi sono in guerra e stanno subendo pesanti perdite. A rischio c'è forse un'invasione della loro isola e il crollo del possente impero britannico. Sono ragazzi che per la prima volta hanno dovuto imbracciare un fucile per difendersi realmente, e non c'è addestramento tanto efficace da preparare dei giovani all'imminente prima battaglia. Sono uomini, come quelli del SS Umbria. Gli sguardi che si scambiano i militari, sono alquanto diversi, in cerca di risposte differenti dai marinai italiani, e si chiedono se la loro casa sarà tale al loro ritorno. Anche in plancia si respira l'ansia e Zarli ne parla al suo Comandante. “Questi soldati mi mettono tensione...” Muiesan è pienamente consapevole del disagio, e come sua natura, cerca di alleggerire e trovare soluzioni. Guarda Zarli e riflette considerando per un momento che la situazione possa degenerare, e se così dovesse essere, questi suoi uomini, come Rodolfo Zarli che lo guarda speranzoso, come reagiranno? Sarà lui in grado di proteggerli, di guidarli? Zarli lo guarda confuso, gli sembra che non lo abbia ascoltato. Muiesan cerca di dare una risposta obiettiva della situazione. “E sì, tutte queste armi puntate sono molto fastidiose. Dobbiamo considerare che loro sono già in guerra, e al momento le stanno prendendo e, sicuramente, sono un po' nervosi. Speriamo che queste poche ore, per l'attraversamento del canale, passino in fretta”. Zarli chiede. “Pensa anche lei che entreremo in guerra?” Muiesan sospirando. “L'aria che tira ci racconta questo, non sembra che la neutralità, al momento, sia la scelta del nostro Governo”. Entrano in plancia Danilo, l'attendente del comandante Muiesan, con due piloti e due militari armati.
Il calendario passa dal 4 giugno al 5 giugno 1940. Muiesan, in sala mensa, è pensieroso e sta bevendo una bibita. Cammina irrequieto per lo stanzone. Si rende conto che gli inglesi stanno rallentando ogni procedura per il passaggio attraverso il Canale di Suez. Erano stati fermati già due volte, senza reali motivi. Dubbi si affollano nella sua mente. “Dovevamo quasi essere usciti dal Canale. Ci faranno arrivare sul Mar Rosso, o ci cattureranno prima? E se accadesse? Come reagirebbe l'equipaggio?” Rodolfo Zarli lo raggiunge e lo saluta. “Buongiorno Comandante, speriamo che oggi fili tutto liscio. Non vedo l'ora di uscire da questo canale. A dirla tutta, sembrano più intenzionati a rallentarci che altro. Come dice lei, prendiamola con filosofia”. Muiesan si scuote dai suoi ragionamenti. “Buongiorno Rodolfo, sì speriamo bene. Prendi un caffè? Beh, diciamo più una caricatura del caffè. Non vedo l'ora di arrivare anche per potermi godere del caffè vero. Non pensavo mi mancasse tanto”. Zarli, si avvicina al bancone e, si versa il caffè in una tazza e ne gusta il profumo. “Per quanto non sia proprio il profumo del caffè, quest'odore ogni volta mi riporta con la mente a quando la mattina presto, con il freddo, bevevo un buon caffè caldo sul vaporetto che mi portava a scuola da Capodistria a Trieste”. Muiesan lo interrompe, lui triestino sapeva bene cosa stava per dire Zarli. “Andavi al nautico, lo ricordo bene?” Zarli, con fierezza. “Certo, frequentavo la scuola ISIS Nautico Tomaso di Savoia Duca di Genova Luigi Galvani”. Si ferma sorridendo e continua. “Ogni volta che lo nomino devo riprendere fiato”. Entrambi si siedono, e Zarli sta ancora pensando a quella sensazione che lo riporta ogni volta indietro nel tempo, quando finita l'adolescenza cominciava a vivere la sua vita con il mare. Gli torna alla mente un episodio. “Le ho mai raccontato quando trovai un uomo sugli scogli?” Muiesan fa cenno di no. Zarli prosegue. “Bene, deve sapere che un asso dell'aviazione italiana, Goffredo de Banfield, conosciuto con il soprannome di -Aquila di Trieste- abbatté un aereo nemico nei pressi della punta grossa di Muggia. Io, tutti i giorni prendevo il piroscafo Pisani, che faceva rotta navigando lungo tutta la costa. Un giorno mi vanno gli occhi su degli scogli e che vedo? Un corpo umano! Immediatamente diedi l'allarme e così riuscii a far fermare il vaporetto. Insieme ad altri studenti del Nautico, calammo una scialuppa e in tutta furia, andammo a cercare di recuperarlo. Come arrivammo sullo scoglio, capimmo che era ferito. Caricato con mille attenzioni sull'imbarcazione, lo portammo a bordo. Mentre ci avvicinavamo al piroscafo chiedevo a gran voce se ci fosse un medico a bordo. Appena riusciti ad adagiare il ferito sul ponte della nave, arrivò subito un signore che disse di essere il dottor Giorgiacopulo che, immediatamente, si prodigò a portare i suoi soccorsi. Quando lo vide in volto, scoppiò in lacrime abbracciando con passione il ferito. Noi non avevamo idea di cosa avesse potuto scatenare una simile reazione da parte di un medico che, dovrebbe essere abituato a vedere persone bisognose di cure. Bene Comandante, non ci crederà. Il fato era calato all'improvviso su tutti noi. Il ferito, era il figlio del dottore, che si era arruolato nell'aviazione con gli irridenti, ed era il pilota abbattuto da Aquila di Trieste. Non è incredibile? Fu una delle scene più straordinarie e commoventi cui abbia mai assistito. Il dottore, insistendo molto, volle per forza darmi una mancia, che io ho condiviso con i miei compagni di scuola”. Muiesan era rimasto affascinato dalla storia e, mentre sta per parlare, il nostromo Bonacorso entra trafelato in sala mensa e dice nervosamente. “Comandante ci risiamo, ci fanno fermare di nuovo. È la terza volta! Così non arriveremo mai”. Muiesan seriamente irritato. “Accidenti, dovevamo essere già sul Mar Rosso. Comunque vi ho detto di non preoccuparvi. Manteniamo un profilo basso, non dobbiamo cedere alle provocazioni. Non dobbiamo dargli modo di sfogarsi con noi”. Continua, come per tranquillizzarli. “Vedrete, appena usciti da questo imbuto ce ne andremo dritti dritti a destinazione”. Prende la sua giacca, il berretto e si avvia all'esterno dicendo a Zarli. “Dai, andiamo a vedere cos'altro si inventano stavolta”. Esce velocemente seguito da gli altri due.
Muiesan cammina sulla tolda, passa vicino a un marinaio, Roberto, che sta svolgendo il suo compito. Lo ferma dicendogli. “Comandante, non è possibile sopportare queste continue violazioni... sono tutte scuse per farci rallentare. E poi, i soldati ci guardano strano, come se non vedessero l'ora di spararci”. Muiesan, si ferma e risponde al marinaio. “Sì, Roberto, lo so, me l'aspettavo. Non possiamo fare altro che pazientare, e soprattutto...” Lo guarda negli occhi e continua serio. “... non sfidiamoli. Loro sono in guerra, noi no!”. Muiesan prosegue verso il punto dove la nuova ispezione sta per iniziare, mentre arriva anche il Capo macchine Carlo Costa, che si avvicina a Muiesan e irritato gli dice. “Adesso vogliono controllare di nuovo le caldaie, non ne hanno il diritto!” Muiesan, cercando di non trasmettere le sue preoccupazioni, mantenendo la calma gli risponde. “Costa, bisogna fare buon viso a cattivo gioco. Vogliono rivedere le caldaie? Va bene, facciamogliele rivedere. Non mi sembra che abbiamo alternative. E spero proprio, che questa sia l'ultima fermata”. Incontrano i nuovi ispettori e, tra le discussioni e la richiesta di risposte, il gruppo entra nella nave diretto alle caldaie.
Il calendario passa dal 5 al 6 giugno 1940.
Muiesan, affacciato dal ponte di comando, guarda all'esterno e segue con lo sguardo la scorta dei militari e dei due piloti che stanno lasciando la SS Umbria, arrivata sul Mar Rosso. Muiesan, è decisamente contrariato, e non lo nasconde. Si rivolge a Zarli. “Due giorni... due giorni, invece di ore”. Zarli, sembra essere un po' più tranquillo. “Il tempo non passava mai! Finalmente siamo liberi. Ora non possono più impedirci di navigare”. Muiesan, non ne sembra molto convinto, e da gli ordini per riprendere la navigazione. “Va bene Rodolfo, andiamocene da qui. E visto che siamo in ritardo, aumentiamo l'andatura, anche se ci costerà più carbone del solito. Primo Ufficiale Rodolfo Zarli, a lei il comando della plancia, ci porti a Massaua”. Muiesan esce, mentre Zarli attua le procedure per la navigazione.
Nel dormitorio, seduto sulla sua branda, Paoletto sta scrivendo alla fidanzata. “Ciao amore mio, ho appena finito il turno, sono stanco morto. Abbiamo passato due giorni pieni di tensione, sembrava che da un momento all'altro potessero farci prigionieri, e quelle armi sempre puntate su di noi...sembrava di essere già in guerra.” Si ferma un attimo con sul viso un'espressione infantile, e ricomincia a scrivere. “Ora, fortunatamente, siamo usciti dal Canale di Suez e stiamo navigando sul Mar Rosso. E sai, non è poi così rosso. Lo so stai pensando che sono il solito scemo. Lo sai che non posso non fare battute idiote. Ora mi riposo. Ti amo.”
Giovanni, alle prese con le pulizie in sala mensa, vede arrivare il nostromo Bonacorso e gli si rivolge con un sorriso. “Benvenuto, ora che ti vedo rilassato e in pausa, ho la certezza che tutto va bene”. Bonacorso mentre si serve di una bevanda gli risponde. “Che ti devo dire Giovanni, mai come questa volta non so prevedere cosa potrà succedere. Andiamo avanti, non si può fare altro. La nave è al massimo delle sue potenzialità, e questo mi fa stare un po' più tranquillo”. Giovanni sembra rammentare qualcosa che lo rallegra e dice. “Ricordo, quando cominciai a fare il mozzo, che sulle navi con velatura, non avevi bisogno di chiedere dove fosse il nostromo, perché bastava seguire i fischi che emetteva, e che erano impossibili da ignorare. Ormai non avete più il fischietto”. Bonacorso, seduto a un tavolino, infila la mano tra la giacca e la camicia ed estrae una catena con un fischietto. “Vedi, non è vero... eccolo qui. L'ho sempre con me, e penso che ogni marinaio che sia stato nostromo, lo abbia al collo anche se ormai non lo utilizza più. È come un distintivo che lega la storia di ogni nostromo, da Palinuro a oggi. Questo fischietto è chiamato -fischio del nostromo-, il mio è di ottone, e questa catenina consente di tenerlo al collo, sempre pronto all’uso”. Preso da una sorta di nostalgia, Bonacorso mostra a Giovanni il fischietto con delicatezza, come se fosse di estrema fragilità. “È un oggetto formato da più componenti. Guarda, il tubicino, è detto cannone, l'anello, è detto maniglia, ed è attaccato all’estremità dell’impugnatura, chiamata chiglia, e di una pallina forata, detta boa, da cui esce il suono. Si impugna all’altezza della chiglia, tra pollice e indice. Con le altre dita si regolano, invece, l’intensità e la modulazione del suono. Hai notato che ogni parte del fischietto ha nomi legati alla marineria? Comunque, grazie a questo semplice strumento, si potevano, e si possono ancora, impartire ordini diversi a seconda del suono e dei trilli. La cosa più importante, è che consente a tutto l’equipaggio, praticamente in ogni punto della nave, anche dal più alto degli alberi, di sentire gli ordini da eseguire”. Giovanni, ricordando la sua esperienza. “Caspita, se si sentono! E, quando ci sono più nostromi al lavoro, diventa un concerto di fischi che, a un orecchio esterno, può sembrare un caos. Invece, ogni marinaio riesce a distinguere ogni messaggio che lo riguarda. Un'altra magia che solo la marina riesce a creare”. Bonacorso riponendo il fischietto, con un velato senso di orgoglio. “Il nostromo però, non è solo un fischiatore. La nave, tutta, è il suo regno. Comandanti, Generali o Ammiragli che, pur lavorando anni su una nave, non ne conosceranno mai tutti i suoi segreti, la sua forza e la sua debolezza”. Bonacorso, si alza e passeggia mentre continua. “Un nostromo, ogni giorno si prende letteralmente cura di ogni parte visibile e invisibile dello scafo. Il tempo che passa e il mare che corrode, sono i grandi problemi che non possono essere ignorati, piuttosto anticipati e decisamente combattuti”. Mentre parla, guarda le pareti e le sfiora con le dita. “E i carichi? Eh, sembra facile stiparli come si deve. Ogni volta sembra un gioco all'incastro. Non basta riuscire a posizionarli, bisogna calcolare i pesi, i volumi, ecc. ecc.”. Continua sorridendo prendendo il fischietto. “Magari bastasse un fischio”. Soffia nel fischietto ed emette una serie di fischi che, rimbombano nello stanzone, con Giovanni che si mette le mani sulle orecchie. “Ehi... mi potevi avvertire, così mi fai diventare sordo!” Poi, si guarda intorno con sguardo preoccupato. Non vedendo movimenti sospetti, con sollievo guarda Bonacorso e gli dice. “Meno male che non c'era Eva, sennò me l'avresti fatta spaventare a morte”. Bonacorso, accortosi dello spavento del collega. “Oddio è vero, non ci avevo pensato... e poi non avendola vista... a proposito dov'è?” Giovanni, riprendendo la sua mansione gli risponde con un alzata di spalle, “Non lo so, quando salgono a bordo persone armate, si rifugia chissà dove. Sicuramente sta bene, vedo che mangia e, allora, sono abbastanza tranquillo”. Bonacorso, dispiaciuto continua. “Mi dispiace, ho fatto la figura del nostromo definito da una vecchia traduzione: -Uomo rozzo e buzzurro che, con urla e fischi, conduceva la ciurma all’arrembaggio, l’unica persona a cui era ammessa la bestemmia-”. Giovanni gli espone, invece, il suo punto di vista. “Quella traduzione, l'ha fatta sicuramente chi non ti conosce. Sei un grande punto di riferimento per tutto l'equipaggio”. Bonacorso, finisce la sua bibita, mette a posto quanto utilizzato e saluta Giovanni. “Ciao Giovanni, grazie per le tue parole. Vado a dare un'occhiata al carico. Con quest'aumento di velocità, voglio stare tranquillo”. Giovanni risponde al saluto. “Non riesci a stare fermo neanche nel tuo momento di pausa. Siamo fortunati ad averti come nostromo. Il nostro angelo custode. Ciao buon lavoro”. Bonacorso esce, mentre Giovanni guardando la ciotola vuota di Eva, la raccoglie dicendo. “Se è vuota, vuol dire che l'ha mangiata”. Si reca al lavandino e lava il contenitore.
La SS Umbria è in navigazione, tutto sembra essersi normalizzato. L'equipaggio è abbastanza tranquillo, i più giovani vengono presi in giro dai veterani, che dicono di non essersi mai preoccupati, perché loro sono dei marinai mercantili, e non hanno paura di nulla.
La SS Umbria, dall'uscita del Canale di Suez, non naviga da sola. Due navi da battaglia, l’incrociatore leggero neozelandese “HMNZS Leander” e lo sloop inglese “HMS Grimsby”, la seguono stabilmente. L'ansia torna a bordo, prepotentemente. Muiesan all'esterno del ponte di comando, osserva con il binocolo le due navi. Rientra nella plancia di comando dove ci sono Zarli e il pilota di turno. Zarli, vedendo Muiesan preoccupato, gli chiede. “Comandante novità? Che pensa, ci lasceranno stare?” Muiesan non nasconde il suo stato d'animo e gli risponde con tono preoccupato. “Non va niente bene. Se impiegano due navi da guerra per noi, vuol dire che siamo importanti. Forse troppo”. Zarli come a stemperare l'atmosfera. “Comandante, non è la prima volta che abbiamo una scorta”. Muiesan non riesce a star fermo, cammina avanti e indietro. “No, le altre volte era programmata. Questa volta c'è il silenzio assoluto. Ci seguono pronti a catturarci. Come sciacalli pronti a predare”. Zarli indignato. “Non possono! Sarebbe una violazione...” Muiesan lo interrompe. “Quanto pensi che valgano, ora, le leggi? Noi siamo una preda appetibile, abbiamo un enorme quantitativo di armi. Considera che, già da sola, la nave è un gran bel bottino”. Zarli comincia a capire la situazione, non aveva mai visto Muiesan così preoccupato e, in fin dei conti, ancora non era accaduto nulla di grave. Sì, i ritardi, le provocatorie ispezioni, tuttavia ora erano in navigazione. Lui nutre una stima enorme nel suo Comandante, ed è sicuro che saprà come affrontare ogni situazione che si manifesterà. Zarli chiede. “Comandante, se dovessero abbordarci, cosa facciamo?” Muiesan immediatamente risponde con decisione. “Nulla! Ci atterremo alle procedure classiche di un'ispezione”. Zarli con sarcasmo. “Un'altra ispezione? Meno male, ormai è da qualche ora che non ci controllano. Certo che sarebbe il colmo, ci hanno ispezionato per giorni”. Muiesan, che nel mentre aveva ripreso a osservare la scorta, posa il binocolo. “E ci stanno ancora ispezionando!” Poi sembra aver preso una decisione. Guarda Zarli e gli comunica il suo pensiero. “Va bene, credo sia il momento di aggiornare tutto l'equipaggio”. Muiesan si dirige all'interfono, lo afferra, si concentra qualche secondo, e comincia a parlare. “A tutto l’equipaggio, sono il Comandante, come avrete notato abbiamo una scorta imprevista di due navi da guerra, e non sappiamo se le loro intenzioni siano amichevoli. Ognuno di noi, sa che esiste la possibilità di un entrata nel conflitto dell’Italia. Lo sanno anche quelli che ci stanno seguendo. Conoscono perfettamente il nostro carico e, così, siamo diventati un bottino più che appetibile. Alla dichiarazione di guerra, se avverrà e se saremo ancora in navigazione, verremo sicuramente fermati. Se ciò dovesse accadere, tutti noi ci comporteremo con intelligenza. Nessun atto ostile. Non siamo dei militari, perciò non ci vedono come una minaccia, solo come un bottino. Resto comunque fiducioso, che arriveremo a destinazione come sempre. Continuiamo la navigazione come programmato. Ognuno prosegua con le proprie normali attività. Grazie a tutti.” La voce del Comandante diffusa dagli altoparlanti, arriva in tutta la nave. Quelle parole sembrano fermare il tempo, fanno vibrare le pareti. Ogni marinaio è immobile, completamente concentrato su quel messaggio che satura l'aria. Nessun membro dell’equipaggio si era mai trovato in una situazione di reale pericolo durante la navigazione, e ora ognuno vive l’ansia a modo suo. Alla fine della trasmissione, tutti cercano di riprendere la propria mansione. Qualcosa è cambiato. La voce del Comandante era arrivata seria, ferma. Non il solito messaggio di routine, lo avevano avvertito tutti. Si alza un vocio confuso, da cui si intuiscono frasi varie. “Pensate davvero che ci fermeranno e faranno prigionieri?” e “Io non mi faccio spaventare da nessuno. Che ci mettano piede sulla mia nave!” In risposta. “Sì vabbè li ributtiamo a mare... a parolacce”. “Io dico, che ci provino!” Altri commenti sono più speranzosi. “Secondo me si prenderanno il carico e ci lasceranno andare via”. Gli risponde un altro. “Ingenuo... davvero pensi che non sequestreranno la nave? È la nave il vero tesoro”. Ci sono voci spaventate. “Magari ci lasceranno stare, oppure... oppure... non lo so”.
Paoletto approfitta per scrivere alla fidanzata. “Amore mio, non avevo mai visto tanta preoccupazione nell'equipaggio. Comincio anch'io a temere che qualcosa accadrà e, sembra, che non sarà niente di buono. Forse no, e quando leggeremo insieme questa lettera ne rideremo e tu mi prenderai in giro. Come al solito.”
È sera, e Rodolfo Zarli, approfittando di una breve pausa, entra in sala mensa dove trova solo Giovanni che sta facendo le pulizie. Zarli, mentre cerca qualcosa da bere, si rivolge a Giovanni. “Buonasera Giovanni, sempre a pulire, non lo vedi che è tutto splendente?” Giovanni risponde. “Eh, non è mai troppo pulito, la polvere di carbone s'infila dappertutto, è subdola, la trovi dove meno te l'aspetti.” Zarli si guarda intorno e chiede. “Dove sta Eva?” Giovanni scrollando le spalle. “Sta in giro, come al solito. In effetti quando capisce che ci sono dei militari a bordo si fa vedere molto meno qui. Comunque mangia, perché le ciotole che ho messo un po' dappertutto, le trovo vuote. A meno che questi inglesi durante la traversata del Canale non si sono mangiati la pappa di Eva”. Intanto Zarli si è accomodato a un tavolino e sta sorseggiando una bevanda. Giovanni continua pensieroso. “In effetti ogni volta che qualche scorta armata sale a bordo, Eva rimane più nascosta. Che sia allergica alle armi?” Conclude sorridendo. Zarli gli chiede. “È vero che l'hai trovata mezza morta?” Giovanni si ferma dallo spazzare e con piacere risponde. “Eh sì, le ho dato una seconda possibilità, e lei l'ha colta. Ormai per me è come, non dico una figlia per carità, una parente stretta però sì”. Zarli sembra andare lontano con la mente, e dallo sguardo Giovanni riesce a capire quale stato d'animo sta vivendo Zarli. “Ti si legge in faccia quanto ti mancano i tuoi figli e la tua famiglia”. Zarli con un leggero sorriso. “Beh, mi mancano ogni volta. Ora, però, il clima è diverso e avverto ancora di più la lontananza”. Continua sorridendo. “I miei tre adespoti”. Giovanni è perplesso. “Adespoti? E che sarebbero?” A questo punto, Zarli comincia a ridere. “Neanche tu ne hai mai sentito parlare eh? Vedi, sembra normale a tutti che, a ogni nome corrisponda un santo, e che in un dato giorno dell'anno si possa festeggiare. Conosci qualcuno che non festeggia l'onomastico?” Giovanni fa mente locale. “Credo che tutti abbiano un onomastico...” Lo interrompe Zarli. “È qui che ti sbagli. É una cosa non comune, quasi rara, perché ci sono dei nomi che non hanno un santo di riferimento, e si definiscono adespoti, e io nella mia famiglia ne ho addirittura tre. Non so se sia un record, comunque Dalia, mia moglie, Fulvio e Alvise i miei figli, hanno nomi che non festeggiano l'onomastico un giorno ben definito. Adespoto, è un termine che tradotto dal greco significa senza padrone”. Giovanni è compiaciuto per la spiegazione. “Accidenti, c'è sempre qualcosa da imparare. Comunque con me, abbiamo ristabilito la media. Pensa che San Giovanni si festeggia cinque volte, il 27 dicembre, il 24 giugno, il 31 gennaio, il 30 maggio e il 12 agosto. Comunque il tuo è un caso più unico che raro”. Zarli ci riflette. “Che ti devo dire, è stato un caso, però ci ha divertito molto quando ce ne siamo accorti”. Giovanni, ci pensa un po' e chiede. “Quindi ti risparmi tre onomastici, e tre regali?”. Zarli lo guarda fintamente sconsolato. “No, perché devi sapere che, visto che non hanno un giorno ben preciso per celebrare l'onomastico, lo festeggiano tutti insieme il primo novembre, perché è la festa di Tutti i Santi”. Giovanni sentita la spiegazione ci riflette su e, tra il serio e il divertito, gli dice. ”Praticamente hai due Natali quasi di fila, mi sa che ci hai rimesso. I nomi, li avete scelti di proposito?” Zarli sorride e già dai suoi gesti si comprende la casualità della scelta dei nomi. “No, assolutamente, neanche mia moglie era al corrente che il suo nome fosse senza santo, e fatalità volle che anche i bambini avessero questa particolarità del nome. Penso che abbia creato tra di loro un legame più forte. Forse mi sbaglio e si amano a prescindere del santo che non c'è”. Giovanni risponde convinto. “Sicuramente, in un legame tra fratelli non credo che abbia molto peso il nome, bensì le esperienze che affronteranno insieme”. Giovanni riempe i bicchieri con del vino. ”Allora brindiamo ai nomi adenostici...” “Adespoti Giovanni, adespoti”. “Sì, certo come dici tu... alla salute!” Brindano e continuano a parlare mentre Giovanni riprende a spazzare.
In sala radio, Ettore è in piedi alle spalle del marconista seduto alla sua postazione. Ettore sembra eccitato dall'attesa. Il marconista sta trascrivendo su di un foglio il messaggio che ha appena ricevuto. Finito di scrivere, porge il biglietto a Ettore che lo prende, lo legge e si illumina in volto. Ringrazia con una pacca sulle spalle il marconista ed esce di corsa dalla stanza. Percorre velocemente i corridoi della nave ed entra di corsa nella stiva di carico mentre i marinai stanno lavorando. C'è anche Fausto che sta verificando la sicurezza del carico. Ettore va direttamente da lui. Fausto vede Ettore arrivare velocemente e nota che mentre agita un foglio di carta, lo guarda con uno sfavillio negli occhi. Ettore, come lo raggiunge, gli mostra il biglietto, e gli dice, quasi urla. “Guarda... guarda... ti hanno dato una medaglia!” Fausto prende il biglietto dalle mani di Ettore e, con poca convinzione, lo legge mentre allegramente dice. “Eh... hai sempre voglia di scherzare tu, beato te.” Ettore insiste che lo legga. “No, guarda è vero. È appena arrivato”. Man mano che Fausto legge il messaggio, sembra non voler credere ai propri occhi. Ettore è un vulcano e indicando il biglietto recita quanto scritto sul foglio. “Regio Decreto n.1244 del 1940... al Corpo Truppe Volontarie per la Campagna di Spagna... è tutto vero!” Fausto, sembra essersi convinto che non fosse uno scherzo e con un moto di felicità abbraccia il ragazzo. Ettore, a voce molto alta, comunica il messaggio a tutti i presenti. “Gli hanno dato la medaglia... per la Campagna di Spagna!” Tutti si girano verso Fausto. Ettore con entusiasmo. “A Fausto il nostro eroe... evviva... evviva... evviva!” Tutti si uniscono a Ettore e si congratulano con Fausto che orgoglioso ringrazia tutti. Si alza il pantalone sinistro con movimenti lenti, quasi affettuosi e, guardando la lettera, si rivolge, commosso, alla protesi della gamba. “Questa è anche per te, che pur essendo ormai di legno, ancora ti sento viva, pur se non sei più qui con me”. Fausto si accarezza la protesi e abbassa il pantalone mentre arriva un marinaio con una bottiglia di vino aperta e la porge a Fausto, che dopo una sorsata, la ripassa al marinaio che, a sua volta, beve e la passa a un altro e, tutti, bevono dalla stessa bottiglia.
Il calendario passa dal 6 giugno al 7 giugno 1940, l'orologio marca le ore 04:30. Gaetano, il marinaio di vedetta sulla coffa, annoiato e assonnato, sta osservando con il binocolo le navi che scortano la SS Umbria. Quando sembra che tutto sia nella norma, improvvisamente viene attratto da qualcosa. Cerca di guardare meglio, dalle navi da guerra stanno segnalando qualcosa con le bandierine. Dopo aver interpretato il messaggio, imprecando tra sé, chiama dall'interfono la plancia di comando. “Qui vedetta, ci stanno segnalando dalla nave di scorta inglese”. Zarli, è da poco ritornato in plancia e risponde immediatamente alla chiamata della vedetta. “Puoi ripetere Gaetano? Che succede?” Gaetano con tono preoccupato gli risponde. “Dalla nave inglese, ci stanno segnalando di fermarci”. Zarli si scuote. “Come sarebbe? Sei sicuro?” Gaetano è netto. “Certo, stanno segnalando con le bandiere di fermarci”. Zarli, prende il binocolo ed esce, lo punta verso le navi, e si accerta della situazione. Torna a comunicare con la vedetta. “Continua a guardare se ci sono altri messaggi e tienimi costantemente informato. Vado ad avvertire il Comandante”. Zarli comunica al pilota di mantenere la rotta ed esce.
Muiesan, è disteso sulla sua branda, sta dormendo un sonno leggero e agitato. Da quando è iniziato il viaggio sul Mar Rosso, aveva sempre faticato a prendere sonno, non riusciva a scacciare dalla mente le immagini negative che vi affioravano. Si era addormentato da non più di un'ora, quando bussano con vigore alla sua porta. Muiesan si sveglia di soprassalto come se lo avessero scaraventato fuori dal sonno con violenza. Gli arriva in lontananza la voce di Zarli, poi man mano che riprende lucidità mentale, una parola gli rimbomba nella mente. “...emergenza... è un'emergenza.” Si scuote e si alza. Apre la porta e vede Zarli che lo informa. “Comandante, gli inglesi ci segnalano di fermarci”. Muiesan prende immediatamente la giacca e il cappello. Pensa che forse sono arrivati a un punto di svolta. “Allora ci siamo?” Domanda a Zarli che risponde sicuro. “Credo proprio di sì Comandante”.
Raggiunta la plancia di comando, Muiesan prende il binocolo e si apposta all'esterno. Osserva i segnali delle navi da guerra. Si gira verso l'interno della plancia e dice a Zarli. “E sì, non c'è alcun dubbio, vogliono abbordarci. Stanno già approntando le scialuppe. Fermiamo la nave prima che ci sparino”. Zarli impartisce l'ordine alla sala motori, sia attraverso l'interfono sia con il telegrafo di macchina che posiziona su alt. “Capo Costa, fermate i motori, stiamo per essere abbordati”. Cessa il fragore dei motori e la nave rallenta fino a fermarsi, nella posizione geografica: Lat. 20 gr. 19' Nord e long. 38 gr. 13' Est. Muiesan rientra in plancia di comando e ordina a Zarli. “Vai alla sala radio. Manda un messaggio al Comando Marina di Massaua che siamo stati fermati da navi da guerra”. Zarli si attiva immediatamente. “Corro a cercare il marconista”. Muiesan annuisce e gli dice. “Ci vediamo alla scala d'imbarco, così accoglieremo i nostri ospiti. Vai... vai!” Zarli esce velocemente. Muiesan, camminando nervosamente, cerca un attimo di concentrazione. Si tocca la testa, deve scuotersi, lo sa. Cerca in fondo al suo animo una tranquillità che si nasconde, che deve trovare, non per sé, quanto per i suoi uomini. Con decisione afferra l'interfono e parla a tutto l'equipaggio cercando un tono che non allarmi. “A tutto l'equipaggio, è il Comandante che vi parla. Come supponevamo, la scorta non era con noi per proteggerci. Potrebbe esserci in atto una violazione della libertà di navigazione. Degli uomini armati stanno per abbordarci con qualche scusa come hanno già fatto nel canale di Suez, tutto ciò per farci rallentare. Chiedo a tutti voi di essere pazienti e di ricordare che siamo dei marinai mercantili e non dei militari. Restate tutti ai vostri posti. Continuiamo con le solite attività e prepariamoci a una nuova ispezione”. Poi si avvia all'esterno.
I marinai sono tutti svegli, c'è chi si veste, chi non sa cosa fare, chi non sa se continuare nella propria mansione, è un trambusto generale. Muiesan, arrivato alla scala d'imbarco, è con altri marinai in attesa che le scialuppe dei militari si avvicinino. C'è un'agitazione generale, nessuno aveva vissuto una situazione simile. Ogni uomo di quella nave cerca nel proprio Comandante indicazioni e risposte. Muiesan tace, cerca di guardare e pensare oltre. Qualsiasi cosa possa significare questo abbordaggio, lui deve mantenere la calma, la lucidità. Cerca con lo sguardo Zarli e non vedendolo aumenta la sua apprensione. Mentre le lance inglesi stanno attraccando, lo vede arrivare e quando gli è vicino, Zarli lo informa. “Fatto Comandante, il messaggio sta partendo”. Muiesan, soddisfatto gli risponde. “Bene. Ora cerchiamo di capire cosa vogliono. Mi raccomando manteniamo la calma. Vedrai tutto andrà bene”. Nel mentre i marinai italiani sotto la guida di Bonacorso, stanno aspettando l'arrivo delle lance inglesi, ancor prima che le barche siano assicurate alla nave, si sentono urlare ordini in inglese e cinque soldati armati, saltano sulla scaletta facendosi perentoriamente largo tra i marinai. Il drappello si dirige deciso, sapendo dove andare, all'interno del bastimento. Muiesan, Zarli e tutti i marinai presenti sul ponte vengono presi alla sprovvista e mentre Muiesan sta per protestare, emerge dalla scaletta un ufficiale inglese con uno zaino a tracolla, somigliante più a un turista in gita che a un guerriero assalitore, che con la massima calma si rivolge, in un buon italiano, con accento anglosassone, direttamente a Muiesan. “Comandante Lorenzo Muiesan, sono il Capitano di corvetta Stevens della Royal Navy, la prego di non agitarsi e di tranquillizzare il suo equipaggio. Siamo qui solo per un semplice controllo di routine, non c'è nulla di cui allarmarsi”.
Intanto, in sala radio, un marconista trafelato e ancora assonnato, ha appena inviato il messaggio del Comandante al Comando Marina di Massaua e attende la risposta. Arriva il messaggio di ritorno, e mentre lo sta leggendo “A che nazionalità appartengono le due navi?”, si spalanca la porta e due soldati inglesi irrompono impedendo, con forza, al radiotelegrafista di continuare la trasmissione. I marine fanno uscire il marinaio e si mettono di guardia all'esterno della porta, mentre un altro militare si posiziona nel corridoio.
La situazione, sul ponte della SS Umbria, non è quella che si erano immaginati gli italiani, ovvero il solito controllo, come nei precedenti fermi della nave. Muiesan dapprima sorpreso, si guarda intorno e si vede circondato da decine di divise inglesi e fucili in un atto altamente intimidatorio. Muiesan si rivolge al Capitano inglese con tono autoritario e crescente. “Io non mi agito, io mi indigno! Vedo che già sa che sono io il Comandante di questa nave. Non le nascondo, che mi sarei aspettato di vedere Sir Francis Drake o il Corsaro Morgan, visto che questo è un vero e proprio atto di pirateria, vigliaccamente perpetrato con le armi ai danni di marinai mercantili italiani mentre svolgono pacificamente il proprio lavoro”. Stevens, non sembra per nulla disturbato dal prorompente tono di Muiesan e, imperturbabile, gli risponde. “La prego Comandante, mi vuole accompagnare in plancia, così potremo iniziare l'ispezione del carico. Le chiedo solo questo. Siamo militari e le armi le dobbiamo avere da regolamento, non per minacciarvi. Dobbiamo solo verificare che non ci sia in atto del contrabbando bellico. Ora se non le dispiace possiamo andare?” Muiesan è perplesso e, fuori di sé, gli risponde. “Contrabbando bellico? Ci prendete in giro? Avete verificato più e più volte il carico. O siete degli incompetenti analfabeti, oppure ci avete preso per degli imbecilli. La verità, è che siete dei vigliacchi, per giunta armati”. Stevens, non sembra sfiorato dalla reprimenda di Muiesan e lo invita, con un gentile e perentorio cenno del braccio, a precederlo.
I militari fronteggiano i marinai che fanno ala a Muiesan e Stevens, mentre si recano in plancia di comando. Durante il tragitto, alcune voci esprimono il disappunto, qualcuno chiede a Muiesan cosa fare, e lui con un cenno della mano invita alla calma.
Muiesan, Zarli, il nostromo Bonacorso e il capitano Stevens entrano in plancia seguiti da un drappello di militari armati. Muiesan per niente intimorito insiste nelle sue proteste. “Siamo nella mia plancia e ancora ho le armi puntate su di me e il mio equipaggio. Credete forse che ingaggeremmo una sparatoria?” Stevens si avvicina al sergente Baker, un soldato che rappresenta lo stereotipo del militare inglese perfetto con tanto di frustino, e gli ordina. “Sergeant Baker, take the men out and prepare the inspection of the hold and cargo. (Sergente Baker, porti fuori gli uomini e preparate l'ispezione della stiva e del carico.)”. Baker sembra interdetto, il suo addestramento gli impedisce di lasciare il proprio superiore in situazioni di pericolo e con rispetto gli risponde. “Sir, it's not sure... (Signore, non è sicuro)”. Stevens lo interrompe autoritariamente. “It is an order sergeant Baker. Just one lookout outside the bridge will be enough. (È un ordine sergente Baker. Basterà un solo osservatore fuori dal ponte.)”. Baker, scatta sull'attenti e ordina ai soldati di uscire dalla plancia. Immediatamente il drappello esce, e dopo aver posizionato una sentinella fuori della porta, Baker si allontana con i militari continuando a impartire ordini meccanicamente. Stevens, con un lieve sorriso di soddisfazione, si rivolge a Muiesan. “Ha visto Comandante? Non siamo qui per minacciarvi, né per farvi del male. Quindi se, gentilmente, potessi avere la sua attenzione e la lista di carico, potremmo iniziare”. Muiesan in silenzio, sta cercando di reprimere una rabbia montante. Stevens non gli da modo, con il su atteggiamento formale, di esplodere. Guarda Zarli che aspetta i suoi ordini e annuisce. Zarli prende la documentazione dal cassetto e mentre Stevens allunga la mano per prenderli, Zarli volutamente lo ignora e li consegna a Muiesan. Muiesan prende i documenti e ignorando anche lui la mano protesa di Stevens li sbatte con forza sul tavolo. Muiesan ribadisce il suo punto di vista. “Dovreste conoscere la lista di carico a memoria, visto che l'avete avuta in mano più e più volte”. Stevens con calma prende i fogli senza minimamente sembrare irritato dall'atteggiamento di Muiesan e, sempre con la massima cordialità mentre consulta le liste, gli si rivolge. “Comandante, se vuole può comunicare al suo equipaggio che saremo qui solo il tempo necessario per un'ispezione, e di collaborare”. Muiesan caustico. “Il mio equipaggio è perfettamente al corrente di quello che sta succedendo e si comporterà di conseguenza”. Stevens soddisfatto. “Bene, l'immaginavo. Ora se può essere così cortese da farmi strada, sbrigheremo tutto con la massima celerità e il minimo disagio”. Con un cenno della mano invita Muiesan a precederlo. “Prego Comandante, dopo di lei”. Escono seguiti da Zarli e Bonacorso.
Scortati dai soldati inglesi armati, si avviano verso la stiva di carico, per iniziare l’ispezione. Passano velocemente i corridoi con l’equipaggio che, tra lo spaventato e l’irritato, fa da ala. Muiesan cerca di mantenere un'espressione il più possibile tranquilla per non alimentare altra tensione. Arrivano all’interno della grande stiva, e cominciano a esaminare il carico. È impressionante la quantità di materiale bellico e non che c'è al suo interno, anche se il capitano Stevens sembra attratto esclusivamente dalle tre autovetture Fiat 1100 e dalle motociclette con sidecar, tanto da far continuare l’ispezione del resto del carico al suo Sergente che, con il solito rigido comportamento, da ordini decisi ai suoi militari. Stevens, comincia a girare intorno alle automobili e sembra voler coinvolgere Muiesan nel suo entusiasmo per le vetture dicendogli con leggera eccitazione. “Fiat 1100, un vero progresso tecnologico. Pensi Comandante, una macchina dalle dimensioni così importanti e un motore di soli 1000 centimetri cubici. Per non parlare del...” Muiesan lo interrompe bruscamente con fare freddo e distaccato. “Capitano, per me sono solo oggetti che fanno parte di un carico per cui siamo pagati per il trasporto”. È Stevens questa volta a essere preso alla sprovvista. “Mi dispiace Comandante di averla disturbata con questi miei discorsi. Pensavo che...” Muiesan taglia corto. “Quello che lei può pensare sulle merci che trasportiamo è solamente per la bramosia di accaparrarsene. Senza diritto alcuno, fregandosene della libertà altrui e del rispetto che dei lavoratori meritano”. Stevens continua imperterrito a esaminare le auto e le moto, mentre i marine e Baker, di fronte alla notevole quantità di armamenti, prendono nota del materiale e lo spuntano dalla lista che hanno in mano. I marinai italiani, presenti nella stiva, non agevolano il compito dei marine, passandogli davanti, ostruendo percorsi, facendo tutto sembrare involontario. Baker, sta perdendo la pazienza e cerca con lo sguardo Stevens, che dalla sua, resosi conto della crescente animosità, si dirige verso il suo Sergente e gli impartisce a bassa voce degli ordini, che Baker, celermente, rigira ai suoi soldati. Poi Stevens torna da Muiesan e lo aggiorna. “Bene Comandante, sembra che i miei uomini abbiano verificato che la lista da voi fornitaci, rispecchia la regolarità del vostro carico. Quindi se crede possiamo tornare in plancia per gli ultimi accorgimenti da prendere”. Muiesan ribatte. “Vi siete fatti abili, vi è bastata una semplice occhiata per capire che è tutto secondo le norme. Comunque sia, ora penso che noi si possa, finalmente, riprendere la nostra navigazione”. Stevens. “Comandante, ora è il momento di tornare in plancia e dare un senso alla nostra visita. La prego mi preceda”. Muiesan, ha intuito che non sarebbe finita lì, qualcosa sta tramando l'inglese. “Può consegnare la nostra documentazione al nostro primo ufficiale, e lasciare la nostra nave”. Stevens ribadisce. “Comandante, abbiamo ancora piccole cose da appurare. La prego mi lasci fare il mio lavoro, devo portare a termine il compito che mi è stato ordinato, come fa lei con il suo incarico”. Muiesan spazientito. “Va bene, va bene, andiamo in plancia e mettiamo fine a questa ridicola impostura”. Stevens guarda Baker e con un cenno della testa gli fa capire di concludere l'ispezione e di seguirlo.
Il gruppo si dirige verso la plancia di comando. Nel tragitto, stessa situazione dell'andata, con il passaggio obbligato tra i marinai italiani, con qualcuno un po' più esasperato che grida improperi alla volta degli occupanti. Muiesan, individuato il colpevole delle offese, lo fulmina con lo sguardo, generando intorno alla sua persona un silenzio improvviso, quasi irreale.
Arrivati davanti al tavolo della plancia, Stevens sembra per la prima volta sulle spine. Qualcosa è cambiato. Questa volta non ha tenuto fuori i suoi soldati e la sua espressione non è più così cordiale come in precedenza. Con voce ferma, e sempre con tono affabile, per la prima volta non chiede a Muiesan, ordina. “Comandante Muiesan, ordini per cortesia di far rotta verso Port Sudan, precisamente a Wingate Anchorage Reef”. Porge a Muiesan un foglio e continua. “Queste sono le coordinate”. L'atmosfera si gela. Muiesan è sconcertato e furioso. Si era aspettato un addio e, invece, ora veniva addirittura scavalcato nel comando della sua nave. Era troppo e non poteva, né voleva, permetterlo. “Questa nave non si muove da qui se non per intraprendere la rotta per la quale è destinata! Non siamo militari, siamo dei traghettatori di merci e non stiamo violando nessuna legge, né chissà quale trattato. Siamo italiani e non siamo coinvolti nella vostra guerra”. Stevens è molto serio e la sua replica è immediata. “Non ancora Comandante”. Muiesan continua con lo stesso tono. “Ci avete assaliti con la scusa di un’ispezione. Bene, credo sia terminata, e ora dovete, immediatamente, scendere dalla mia nave!” Stevens non sembra più il soldato accondiscendente di prima, comunque con la massima calma risponde. “Comandante Muiesan, sono costernato quanto lei. Non posso che eseguire gli ordini. Noi siamo dei militari e questo è il nostro compito, eseguire gli ordini”. Indicando il timone, continua. “Ora la prego comandi al suo pilota di manovrare, altrimenti sarò costretto a far venire i miei piloti per governare la sua nave. Non vorrei arrivare a questo... e onestamente non credo che lei lo preferisca”. Muiesan è consapevole che ormai non c'è nulla che possa fare, il suo avversario è deciso, le forze armate che mette in campo non possono essere contrastate. Esamina mentalmente la situazione, in una frazione di secondo vede quali scenari si potrebbero realisticamente realizzare, e fra tutti quelli esaminati, l'unico che non metteva a repentaglio la sicurezza dei suoi uomini era uno solo. Guarda Zarli e gli altri italiani presenti in plancia, tutti giustamente preoccupati e, con riluttanza, acconsente e da ordini per la navigazione. ”Primo ufficiale Zarli proceda”. Zarli controvoglia, comunica la nuova rotta al pilota e comincia le procedure per la partenza della nave. Al momento della partenza, Stevens si rivolge a Muiesan. “Comandante, mio malgrado, devo confinarla nella sua cabina”. Muiesan lo guarda con amarezza. “Bene, vedo che già fate prigionieri!” Stevens per tranquillizzarlo. “Mi creda, è solo a scopo precauzionale”. Muiesan ha uno sguardo d'intesa con Zarli e gli dice. “Rodolfo Zarli, per quanto possa sembrare ironico, ti lascio il comando della plancia”. Esce nervosamente, scortato da due marine.
Il calendario passa dal 7 giugno al 8 giugno 1940.
Il capitano Stevens, si trova all'interno della cabina cui ha preso possesso, non ha nulla da sistemare se non redigere il rapporto per i suoi superiori. Non ha fretta, sono in navigazione come gli era stato ordinato e, fino a quel momento, non si erano create situazioni a rischio, solo preventivabili tensioni. Prende dallo zaino penna e carta, e ripassa con la mente quanto avvenuto. Si aspettava, indubbiamente, una certa ostilità, non fa piacere a nessuno essere abbordati, eppure la veemenza e la protezione dimostrata dal comandante Muiesan verso il proprio equipaggio, lo aveva in qualche modo colpito positivamente. Riprende lo zaino e ne estrae un quadernino, il diario che ogni giorno raccoglie le sue esperienze. Fino a poco tempo prima era aggiornato con ricordi entusiastici dei suoi viaggi di studio. Da Dunkerque in poi, solo note scarne ed emozioni per lo più negative. Guarda il diario con la copertina disegnata da lui che raffigura Stonehenge, comincia a sfogliarlo. Si susseguono appunti e disegni di insediamenti archeologici, e la sua mente ritorna a quelle esperienze che lo hanno trasportato in un mondo parallelo che varca i confini del tempo. Per Stevens, ogni itinerario di studio che effettuava, corrispondeva a un viaggio nel passato, riusciva quasi ad avvertire i rumori, gli odori e le quotidianità dei luoghi che visitava. Si sentiva immerso nella storia, quasi una sensazione mistica. Rammenta, sempre con eccitazione, la meraviglia che provò alla sua prima visita a Roma, dove improvvisi scorci e imponenti monumenti lo colpivano alla bocca dello stomaco lasciandolo senza fiato. Con le pagine che scorrono, i disegni fatti in Grecia, in Egitto, in Turchia, si susseguono sui fogli e nella sua mente. Arriva al foglio bianco, e comincia a scrivere. “Il fato vuole che l'Italia occupi sempre una parte nella mia vita. Ora sono a bordo di una nave italiana, non per piacere culturale, solo perché la guerra lo impone. Di questa vicenda, ciò che mi ha stupito è stata la ferrea reazione del comandante Muiesan. Solitamente in questo genere di azioni contro i civili, sono tutti intimoriti e arrendevoli. Lui no. Ha fatto da scudo al suo equipaggio. Un protettore indefesso, senza paura, con forza e intelligenza. Ciononostante, a parte l'animosità che ha manifestato, so per certo che sia molto di più di quello che appare. Sono incuriosito dalla sua personalità. Chissà che non abbia il tempo di approfondire la sua conoscenza. Ora però vorrei essere a casa per condividere con la mia famiglia questi assurdi momenti di terrore. Le notizie che giungono non lasciano spazio a speranze lontane dalla realtà.” Stevens aggiunge uno schizzo della SS Umbria e un accennato e somigliante ritratto di Muiesan. Sorride e chiude il suo diario, riponendolo nello zaino. Si concentra sui fogli bianchi, che ha davanti, e comincia a scrivere il rapporto ufficiale.
Sul ponte gli addetti alle pulizie, stanno lavando il pavimento dai residui di carbone. Un marine inglese, Dixon, sta passando vicino ai marinai italiani impegnati a pulire, durante il suo giro di guardia. Marco, che sta usando un grande spazzolone, lo vede con la coda dell'occhio e volontariamente allarga il raggio di azione del suo movimento, andando a impattare i piedi dell'inglese. Preso alla sprovvista, Dixon scivola e sta per crollare a terra. Ercole, un veterano della Marina Mercantile, che gli era vicino e che, dallo sguardo di Marco, aveva intuito che stava per fare qualcosa, felinamente si muove di scatto e, afferrando al volo Dixon, gli evita la caduta. Poi lancia uno sguardo di fuoco a Marco. “Marco, caspita, stai attento! E se cadendo gli fosse partito un colpo?! Questi hanno il proiettile pronto in canna!” Dixon, non si era reso conto che Marco aveva volontariamente cercato di farlo cadere, e con sollievo ringrazia Ercole dandogli delle leggere pacche sulle spalle. “Oh my God... oh thank! Thank my friend!”. Ercole cerca di minimizzare l'accaduto e si rimette al lavoro. Dixon, sembra volerlo ringraziare e prende dal taschino della divisa un pacchetto di sigarette (Player's Navycut) e lo porge a Ercole ringraziandolo ancora. “For you...” Si rivolge a Marco e lo guarda fisso. Mette una mano in tasca e ne estrae un acciaccato pacchetto con poche sigarette e lo da al marinaio scusandosi. “ I'm sorry, I have only this”. Parla di nuovo con Ercole. “Thank you, sir.”. E riprende il suo giro d'ispezione. Ercole si rivolge a Marco. “E ti ha pure regalato le sigarette. Io ti avrei sparato”. Marco per niente pentito, mentre guarda il pacchetto di sigarette mezzo vuoto. “Chissà, magari il prossimo ne avrà di più”. Ercole non sembra placarsi. “Sei proprio un imbecille, non capisci che se ci scontriamo con loro non abbiamo scampo? Credi forse che fargli lo sgambetto sia una cosa da uomo intelligente o da bambino idiota?” Guarda il pacchetto di sigarette che ha in mano, e continua. “E sei pure un imbecille fortunato”. Lancia il pacchetto a Marco e continua. “Io non fumo”. Marco lo prende al volo e con una smorfia commenta. “Queste non sono sigarette, sembra di fumare paglia, più una vera schifezza che altro”. Ercole lo rimprovera. “Riesci a lamentarti anche per un regalo piovuto dal cielo, senza che minimamente te lo meritassi... bah... meglio che te ne stai zitto e pensi solo a lavorare”. Dixon, che si è lentamente allontanato, ha ascoltato la conversazione, e sembra aver intuito qualcosa.
Muiesan, è seduto alla scrivania della sua cabina e sta scrivendo. Sono operazioni di routine, rapporti su come sta procedendo la navigazione. La sua mente è altrove. Anche materialmente vorrebbe esserlo, non chissà dove, gli basterebbe solo essere in navigazione verso la loro meta, senza aver paura di non potervi arrivare. Ora non è più solo il Comandante di una nave, ora è colui che deve cercare di proteggere il suo equipaggio. Come può farlo chiuso nella sua cabina, come può farlo di fronte a dei fucili spianati? Saranno in grado i suoi uomini di gestire un'occupazione dei loro spazi e una revoca della propria libertà? Il suo spirito ottimista, questa volta fatica a prendere il sopravvento. S'impone di pensare che tutto andrà bene; sono, chi più chi meno, brave persone e non crede che faranno azioni avventate. Bussano alla porta della cabina. Muiesan, da l'ordine di entrare. Entrano Zarli, e Mario il capo cuoco, che lo salutano. Entrambi si posizionano in piedi davanti a Muiesan, che già dalla loro postura presagisce qualcosa di negativo. Chiede. “Bene, di che si tratta?” Zarli sembra incerto, sta ancora pensando come affrontare l'argomento. “Comandante, stavamo valutando le scorte alimentari e...” Mario lo interrompe. “Scusa Rodolfo, non è questa la ragione. Comandante, non abbiamo problemi con le scorte, ce ne sono in abbondanza, solo che non sono state comprate per sfamare questi maledetti inglesi... io non intendo cucinare per loro. Se vogliono mangiare, vadano sulle loro navi, o si facessero portare le loro schifezze”. Muiesan è confuso, non s'aspettava anche questo tipo di problema. “Mario, Mario, per cortesia calmati e fammi capire che sta succedendo?” Mario fa un profondo respiro, cerca di trattenere la rabbia e risponde con veemenza. “Sono entrati in cucina, nella mia... nella nostra cucina, e hanno cominciato a mettere le mani sulle cose... sul cibo... toccano tutto!” A Muiesan sembra lo sfogo di un bambino cui toccano i giocattoli. Conosce bene Mario, sa quanto sia fumantino il suo carattere, sa quanto non ami gli inglesi, e deve cercare di contenerlo. “Mario, amico mio, siamo in uno stato di emergenza. Lo sai bene, ne abbiamo già discusso. Non possiamo fare altro che aspettare che tutta questa incresciosa situazione finisca, senza che diventi drammatica e senza cercare di aggravarla con queste ripicche perché ci hanno fermato e occupato”. Mario sempre più deciso. “Non sono ripicche Comandante. Gli inglesi sono nostri nemici, e lo vede anche lei, qualsiasi cosa facciamo ci seguono con il fucile spianato sempre pronto a sparare. Entrano ovunque, toccano tutto quello che vogliono, non ci rispettano. Io sono qui per cucinare agli italiani, e per me gli italiani vengono prima di tutto. Io per quei maledetti non cucino!” Muiesan era abituato a problemi legati alla navigazione, a qualche inconveniente meccanico, al maltempo. A questo non era preparato, fronteggiare un malumore insanabile senza avere il comando completo, né il controllo sugli eventi relativi alla sua nave. Guarda Mario con comprensione. “Mario, capisco perfettamente il tuo stato d'animo, che è quello di tutti noi. Vorrei che questo momento durasse il più breve tempo possibile, e se gli facciamo inviare i pasti dalle loro navi, perderemo altro tempo, ed è proprio quello che loro vogliono. Dimmi piuttosto, le scorte sono abbastanza?” Mario deciso. “Comandante, certo, e non voglio sprecar...” Muiesan lo interrompe. “Quindi, cerca di capire quello che intendo. Anch'io non darei il nostro cibo agli inglesi, e sono costretto tra i due mali a scegliere quello che, forse, ce li farà togliere di mezzo il prima possibile.” Qualche secondo di silenzio, poi prosegue. “Che ne pensi Mario, facciamo buon viso a cattivo gioco, ci turiamo il naso e speriamo che se ne vadano al più presto?” Mario, sembra convinto. “Ci proverò Comandante. Però, pretendo una cosa!” “Dimmi Mario”. Mario si avvicina a Muiesan. “Comandante, non deve permettere che gli inglesi mettano ancora piede in cucina!” Muiesan, riflette qualche istante e sembra aver trovato una possibile soluzione. “Va bene, ne parlerò con il Capitano inglese, in fin dei conti sembra una persona ragionevole. Questo, è tutto ciò che è nelle mie attuali possibilità. Lo vedi anche tu, che io sono praticamente prigioniero”. Guarda entrambi, e chiede. “Bene, c'è dell'altro?” Zarli guarda Mario, che sembra soddisfatto delle parole di Muiesan, e risponde al suo sguardo con un affermativo cenno del capo. Zarli risponde. “No, Comandante era solo questo”. “Bene”, risponde Muiesan, “Allora tornate alle vostre attività”. Poi, rivolto a Mario. “Ci siamo capiti? Fallo sapere anche agli altri. Dobbiamo aspettare che tutto si risolva”. Mario, fa cenno di aver capito. I due salutano ed escono. Muiesan, si alza in piedi e comincia a camminare nella cabina pensieroso. Bussano alla porta, con espressione infastidita apre la porta dicendo. “Che altro c'è ancora!” Si trova di fronte Stevens che, con la solita aria amichevole, gli dice. “Comandante Muiesan, spero di non averla disturbata?” Muiesan, ripresosi, cerca di mantenere un comportamento distaccato e risponde. “No, assolutamente... ormai le mie mansioni sono praticamente congelate”. Si sposta dall'entrata e invita Stevens ad accedere. “Prego entri pure, ha qualcosa da comunicarmi... anzi, da ordinarmi?” Stevens, rimane sulla soglia e gli risponde. “No Comandante, se permette volevo invitarla a fare due chiacchiere, davanti al mare e cercare di allentare quest'inutile tensione tra di noi”. Muiesan, è indispettito. “Lei pensa veramente che una chiacchierata tra un prigioniero e il suo carceriere sia il modo giusto per riparare a un'aggressione?” Stevens, sempre cordiale. “Comandante, la prego, mi dia la possibilità di...” Allunga gentilmente un braccio verso Muiesan, e continua. “Venga Comandante, mi segua. Non è un ordine, è un invito che le faccio con piacere”. Muiesan, pur non convinto prende la giacca, il berretto ed esce.
Appena fuori dalla cabina, Muiesan ferma Stevens. “Capitano Stevens, prima che la situazione possa degenerare, vorrei discutere con lei di un problema che bisogna risolvere all'istante, e sono sicuro che anche lei sarà d'accordo con me”. Stevens, sembra piacevolmente incuriosito. “Mi dica Comandante, siamo qui per evitare i problemi”. Muiesan, pesa bene le parole nella sua mente. “Vede Capitano, Mario il capo cuoco, è molto, molto infastidito dal fatto che i vostri soldati entrano in cucina e toccano gli alimenti”. Stevens è sorpreso. “Veramente?” Muiesan vedendo lo sguardo per nulla disinteressato dell'inglese, continua con più sicurezza. “Certo, e non credo che sia abitudine anglosassone far toccare il cibo da chiunque”. Stevens deciso. “Certo che no”. Il Capitano si guarda intorno alla ricerca dell'immancabile figura del sergente Baker. Lo vede, e dice a Muiesan. “Comandante, mi scusi un momento”. Stevens, chiama il Sergente mentre gli va incontro. Muiesan, vede Stevens impartire dei comandi, e Baker che, battendo i tacchi, si avvia a eseguire quanto ordinatogli. Il Capitano inglese, torna da Muiesan con aria soddisfatta. “Comandante la ringrazio, l'igiene è sempre importante e, il cibo è sacro. Ho dato ordine di non entrare nella cucina. Vedrà che il suo cuoco ne sarà contento”. Dopo una pausa, riprende. “Bene, ora possiamo salire e prendere una buona boccata d'aria, che speriamo possa rinfrescarci un po'”. Si sta avviando mentre due soldati fanno per seguirli, Stevens girandosi verso di loro gli fa cenno di rimanere. Muiesan, si è accorto del fatto e, sorpreso, ironicamente gli dice. “Non ha paura che possa aggredirla?” Stevens, dopo averlo squadrato seriamente da cima a piedi, risponde. “Oh, potrebbe farlo benissimo, e a vederla sembra anche più forte di me. So, inoltre, che lei è una persona intelligente e il suo dovere di Comandante le impedisce di mettere a rischio l'incolumità del suo equipaggio”. Fa per passare una porta, si ferma e invita Muiesan a precederlo. “Prego, prima il Comandante”. Muiesan si avvia seguito da Stevens.
In cucina, Mario sta preparando il pasto per il turno degli inglesi e mentre controlla le varie pentole e pentolini che sono posti sui fornelli, continua a lamentarsi della situazione con gli addetti che sono in cucina con lui. “E questo, è quanto mi ha detto il Comandante”. Poi, agitando il mestolo che tiene in mano, continua con più fervore. “Vi sembra giusto che devo perdere tempo a cucinare per questi bastardi maledetti inglesi? Fanno tanto i gradassi con noi, e invece guardate qui”. Estrae dal suo grembiule il giornale Il Popolo d'Italia e mostra la prima pagina con il titolo Dunkerque. “Lo vedete, sono stati travolti dalle truppe germaniche dell'Asse. Scappati come conigli. A parole sono dei leoni, quando c'è da combattere... scappano. A noi ci volevano impedire di creare un Impero, e loro invece si vantano di averne uno. Un posto al sole!” Ora il fervore è diventato quasi un urlo indirizzato verso la sala mensa, dove sono seduti gli inglesi, che si sentono vociare. Mario tuona. “Un posto al sole, eh! Un posto al sole! Buffoni!” Il vocio, nella sala mensa, sembra attenuarsi per un attimo, poi riprende come prima. Mario, continua tra la preoccupazione di Pino, il giovane aiuto cuoco, che a gesti gli comunica di abbassare la voce. Mario non smette e con voce alternata bassa e alta. “Ah... loro sì e gli altri no... maledetti. Anche l'embargo ci hanno fatto... anche l'embargo!” Pino interviene timidamente. “Capo, secondo me l'embargo del '35 ci ha fatto bene... no dico... nel senso che ci ha riunito, ci ha fatto più forti, eravamo tutti pronti a qualsiasi sacrificio. L'autarchia ci ha fatto cercare soluzioni alternative all'interno del nostro Paese. Sono state fatte molte ricerche... pensi che abbiamo addirittura... vabbè, hanno, prodotto degli scienziati italiani, un elemento chimico nuovo, artificiale... nel 1937. Ci pensa lei Capo, un elemento nuovo. Non so a cosa serva, poi ha un nome strano, come tutti quelli che si inventano gli scienziati... aspetti Tezzenio... no, Tecno... qualche cosa... ah sì, Tecnezio che si trova al numero 43 della tavola periodica. Io, sinceramente gli avrei dato un nome che ricordasse l'Italia, fatto sta che... ” Poi, non vedendo interesse da parte di Mario, cambia argomento. “Invece, mi sa che questa se la ricorda bene. Capo, La -Giornata della fede-? Con quelle enormi file di italiani che donavano felici di aiutare l'Italia?” Mario con orgoglio. “E come potrei non ricordarla!” Assume un'aria solenne e continua. “Era esattamente il diciotto dicembre millenovecentotrentacinque, io e la mia signora eravamo a Pontinia, per l'inaugurazione della città, presente il Duce Benito Mussolini che, nella piazza del municipio, elogiava le maestranze che, in un solo anno, avevano creato dal nulla una città. Il Duce lodava anche la marea di cittadini presenti emananti la fierezza di essere Italiani e di essere fascisti”. Mario allunga la sua mano e con fierezza gli mostra la fede di ferro che ha ricevuto in cambio di quella d'oro, e continua nel racconto. “Fortuna volle che fosse anche la “Giornata della fede”, perché io e la mia signora, avemmo l'immenso onore di consegnare le nostre fedi direttamente nell'elmetto che, poi, il nostro Duce sollevò di fronte a una enorme folla esultante e orgogliosa di essere unita e forte contro le avversità”. Al limite della commozione continua. “E questa fede di ferro, con inciso -oro alla Patria-, ha per me più valore di una d'oro”. Poi, quasi con religiosa attenzione, prende il portafogli e ne tira fuori una pagina di giornale accuratamente piegata e, mentre la svolge con concentrazione, la mostra a Pino. È la fotografia di Benito Mussolini che mostra alla folla, l'elmetto con le fedi al suo interno. Mario è quasi commosso e prosegue. “Vedi, in quell'elmetto, che il nostro Duce ha nelle sue mani, ci sono la mia fede d'oro e quella della mia signora”. Pino, è come stupito dal modo di parlare di Mario. “Accidenti Capo, come parla bene. Potrebbe fare i comizi”. Mario lusingato. “No, è che io leggo, leggo e mi piace come scrivono. Prendo spunto, imparo”. Con emozione continua. “Eppoi... eppoi... io c'ero! Lì, accanto al Duce! Non proprio accanto... accanto... eppure ero lì. Lo sentivo parlare senza bisogno di altoparlanti. La sua voce. Il suo messaggio”. Pino lo interrompe indicando la pentola sul fuoco. “Capo, penso che sia il caso di spegnere, il tempo di cottura è bello che finito”. Mario guarda i fornelli con distacco e smorfia di disgusto. “E va bene. Così dovranno masticare di meno. Questi maledetti...” Pino si rende conto che forse sarebbe meglio che Mario rimanga il più lontano possibile dagli inglesi, e prova a prendere in mano la situazione. “E ci risiamo. Meglio che gliela porto io la sbobba. Capo, ricorda cosa ha detto il comandante Muiesan?” Mario cerca di mantenere un atteggiamento tranquillo e lo rassicura. “Certo, è tutto a posto. Non sia mai che si sentano trattati male!” Spegne i fuochi, ripone con cura la foto di Mussolini, prende il giornale Il Popolo d'Italia e, ripiegandolo, lo mette nella tasca sul petto del grembiule. Afferra la pentola e si avvia verso la mensa, mentre Pino gli dice. “Aspetti Capo, meglio che venga anch'io, così... così...” Non sa che scusa inventare, poi vede una cassa di vino, la raccoglie e continua. “... così porto il vino”. Entrambi escono dalla cucina, con Pino che alza gli occhi al cielo sperando che non accada nulla.
Il marine Dixon, sta compiendo il giro d'ispezione e si trova a passare davanti l'entrata della camerata dei marinai italiani. Sbirciando all'interno, vede Marco seduto sulla sua branda. Si ferma, riflette un istante, e con passo deciso e lo sguardo serio si avvia verso Marco, che vedendolo s'irrigidisce. “Lo sapevo che non era finita lì. Ha capito che l'ho fatto apposta”. Pensa il marinaio, e si prepara a un eventuale scontro. Dixon arriva alla branda, si ferma quasi come in un atto di sfida. Marco si alza lentamente fino a trovarsi quasi faccia a faccia con Dixon. L'inglese, mette una mano al taschino della divisa e ne estrae un pacchetto di sigarette di una marca diversa da quella data a Marco in precedenza, e gli dice ammorbidendo l'espressione e in un buon italiano. “Mi dispiace che non ti sia piaciuta quella marca di sigarette... come avevi detto? Ah sì -Queste non sono sigarette, sembra di fumare paglia, più una vera schifezza che altro.-” Si ferma e aggiunge con orgoglio. “Ho un'ottima memoria... comunque, questa marca penso ti possa piacere di più. Da noi la fumano gli ufficiali”. Vedendo che Marco era rimasto perplesso dalla sua padronanza della lingua italiana, aggiunge. “Sì, parlo italiano perché i miei nonni lo erano, precisamente vivevano vicino ad Ancona. “Marco sentendo nominare la sua città si rasserena ed esclama. “Anch'io sono di quelle parti”. Dixon sorridendo. “L'avevo intuito dalla cadenza, da quegli accenti che sentivo in casa da bambino. Scusami se ti ho disturbato, ora io devo continuare il mio giro”. Si volta e si avvia all'uscita, poi si ferma e girandosi verso Marco gli dice mimando il gesto di fumare. “Mi raccomando, fammi sapere se ti sono piaciute”. Marco è praticamente senza parole, guarda il pacchetto di sigarette mentre gli si avvicina Federico che, dalla sua branda, aveva assistito alla scena. “Stai a vedere che da nemico diventa un quasi parente. Dai fammi assaggiare queste”. Prende dalle mani di Marco il pacchetto e ne legge la marca. “King George... beh, se le fumano gli ufficiali...” Estrae una sigaretta dal pacchetto, l'annusa lungo la sua lunghezza, la mette tra le labbra e l'accende. Inspira una profonda boccata di fumo, ne assapora il gusto ed espira. “Però è vero, è proprio buona. Domani faccio domanda per diventare ufficiale inglese”. Lancia il pacchetto sulla branda di Marco, e si allontana dicendo. “Mi faranno subito Generale... e sì, chi altri sennò?” Marco raccoglie il pacchetto, ne estrae una sigaretta e l'accende. Con lo sguardo rivolto verso il punto dove è uscito Dixon, pensa a voce alta. “È proprio strano il mondo... e sì, è proprio strano”. Si distende sul materasso, aspira una boccata di fumo e lo assapora soddisfatto. “È vero, è proprio buona”.
All'esterno, è una giornata di sole, e a quelle latitudini il suo calore è molto intenso. Un leggero vento ne mitiga un po' gli effetti su Stevens e Muiesan, che si trovano all'esterno della SS Umbria. Nelle immediate vicinanze si vedono le due navi da guerra di scorta. Muiesan e Stevens, stanno cercando, l'inglese di più, di avere un dialogo tra uomini e non da avversari. Muiesan, non ha tutta questa voglia di conoscere meglio il suo carceriere, e più che parlare, si guarda intorno e osserva il mare. Danilo, entra in scena con un vassoio, due bicchieri e una bottiglia di vino. “Comandante, Mister Stevens, questo è il miglior vino che abbiamo su questa nave”. Afferma con competenza. Stevens lo guarda soddisfatto dicendo. “Oh, grazie Danilo, molto gentile”. Poi riflette e rivolto a Muiesan. “Spero non le dispiaccia, Comandante, se ho approfittato del suo attendente per questa piccola richiesta?” Muiesan, con tono distaccato e ironico. “Per carità Capitano, ormai il carico di questa nave ha cambiato padrone. Fate pure come se non esistessimo”. Stevens, sembra veramente dispiaciuto e si rende conto di aver fatto una gaffe. “Mi scuso Comandante, ha perfettamente ragione, avrei dovuto informarla. Se lo avesse saputo, avrebbe accettato? Non credo”. La risposta di Muiesan la si legge attraverso l'espressione del suo viso. “Guardi, i nostri stati d'animo sono al momento agli estremi opposti. Non credo che un bicchiere di vino li possa far avvicinare”. Stevens capisce la frustrazione di Muiesan, però anche lui sta vivendo la privazione della sua libertà dovuta alla guerra che già li sta travolgendo. “No, credo che forse conoscerci non può che migliorare i rapporti. Non le nascondo Comandante che, preferirei di molto essere vicino ai miei cari, ora che siamo in guerra, piuttosto che essere qui a vigilare su un potenziale nemico”. Muiesan, riflette su quanto ha sentito e, sembra vedere le cose da un'altra prospettiva. “Su questo sono d'accordo con lei. Mi dispiace per la sua famiglia, quindi capirà bene che anche noi vorremmo tornare a casa ed essere liberi di fare il nostro lavoro e condurre le nostre vite”. Stevens a questo punto è consapevole che non c'è modo di allentare la tensione. Stevens chiude. “Va bene, vedo che non c'è possibilità di dialogare”. Si rivolge a Danilo che, non sapendo cosa fare, era rimasto fermo con il vassoio in mano, in enorme imbarazzo, perché, avendo riflettuto, si era detto “Accidenti, perché non ci ho pensato a dirlo al Comandante... io credevo che ne fosse a conoscenza... mannaggia, spero di non aver perso la sua fiducia”. Stevens, con rammarico, a Danilo. “D'accordo, Danilo puoi riportare tutto indietro... grazie lo stesso”. Danilo, si rivolge a Muiesan scusandosi. “Comandante mi dispiace, io non sapevo che non fosse una sua richiesta... pensavo che...” Muiesan, non vuole che la colpa ricada su Danilo, e lo interrompe tranquillizzandolo. “No, Danilo, non ti preoccupare, va tutto bene. Lascia pure, forse allentare un momento la tensione, non può fare male”. Stevens entusiasta. “Yes, yes, relax”. Muiesan che sembra più rilassato risponde. “Sì, noi usiamo dirlo in italiano, e in effetti sì, provare a rilassarsi un po', forse, non guasta”. Danilo, sollevato, atteggiandosi a sommelier stappa la bottiglia, annusa il tappo e, soddisfatto, versa il vino nei due bicchieri. Porge un bicchiere prima al proprio Comandante e dopo al Capitano inglese. Muiesan a Danilo. “Grazie Danilo, il resto è per te, meriti anche tu un po' di buon vino”. Danilo prende la bottiglia, saluta e si avvia all'interno della nave. Stevens alza il suo bicchiere come per brindare e chiede. “Comandante, a cosa possiamo brindare?” Muiesan ancora non completamente a suo agio, pensa un istante. “Non ne ho idea di cosa, al momento, ci possa accomunare per un brindisi. Abbiamo culture molto distanti, con poche cose in comune”. Stevens riflette, e sembra avere un'idea. “Beh, se permette, qui la storia ci viene in aiuto”. Muiesan incuriosito. “Ovvero?” Stevens sorridente. “Entrambi i nostri popoli sono governati da un Re, e anche noi due siamo nati con il Re che ha vigilato sulle nostre vite”. Muiesan ci riflette, sorride e dice. “E allora sia. Brindiamo ognuno al proprio Re”. Effettuano il brindisi. Muiesan ha riflettuto sulle parole di Stevens, in effetti la visione che aveva era condizionata da quell'abbordaggio. Stevens e i suoi soldati stavano già vivendo il dramma della guerra. Con serietà gli chiede. “Ho letto notizie e sentito i comunicati, pare che la disfatta di Dunkerque sia stata totale”. Stevens con un'espressione preoccupata e fiera. “Vede Comandante, come le informazioni siano di parte. In effetti, a Dunkerque abbiamo rischiato la completa disfatta, che in qualche modo ci ha rafforzato. Tutti i cittadini britannici, hanno messo a disposizione ogni tipo di imbarcazione disponibile per attraversare la Manica e cercare di portare a casa i nostri militari. É stata un operazione fantastica, migliaia di barche private che, sfidando il mare, i cannoni e gli aerei tedeschi, hanno riportato a casa più di 400.000 soldati nostri e francesi. L'Operazione Dynamo, voluta da Churchill, è stata un successo che ha cementato gli animi”. Muiesan ribatte. “Le foto della spiaggia mostravano un'infinità di materiale bellico abbandonato. O non è vero neanche quello?” Stevens leggermente indispettito, tanto da fargli marcare di più il suo accento anglosassone. “No Comandante, abbiamo dovuto scegliere se salvare gli uomini o gli equipaggiamenti. Beh, credo che la risposta non sia che una sola. Sono sicuro che anche lei, non avrebbe visto altra soluzione”. Muiesan sentendolo enfatizzare il suo accento, trattiene un sorriso e gli domanda incuriosito. “Come mai parla così bene l’italiano, e anche altri militari se la cavano un po'?” Stevens con un po' di imbarazzo, come un bambino colto in fallo. “Siamo stati selezionati per questa missione. Proveniamo da diversi reparti, alcuni di noi hanno la particolarità di avere un po’ d'italiano nelle proprie esperienze o famiglie. Tutto per creare un clima il più possibile collaborativo e disteso. Quindi capisce, che non c'è la volontà di usare la violenza”. Muiesan come se capisse ora una parte degli eventi, gli risponde come se lo avesse preso in castagna. “Ecco perché tutto quel ritardo per passare il canale di Suez. Vi serviva del tempo per accorpare una banda. Avete pensato proprio a tutto, prima ci rallentate, ci abbordate e minacciate con le armi, tra un po', magari, canterete in coro qualche canzoncina italiana. Come mai tutto questo disturbo?” Stevens, ha seguito in silenzio la cronologia che Muiesan gli ha sciolinato, e si rende conto che il suo interlocutore non conosce il loro reale valore in un quadro puramente bellico. “Comandante, si rende conto del carico che trasportate? C’è una polveriera nella stiva, un'enorme Santa Barbara. Lei è anche consapevole che, a parte il carico, questa è una grande nave di 155 metri”. Muiesan lo rintuzza. “Io non sono un esperto di armi e bombe, suppongo che, considerato il calibro, non siano utilizzabili come vostre munizioni”. Stevens con competenza. “Giusto, comandante Muiesan, consideri però, che la polvere da sparo e i metalli, non hanno calibro, e qui ce n’è una gran quantità da poter riutilizzare”. Stevens fa una pausa e con un sospiro continua. “Per non parlare, scusi se mi ripeto, e capisco la sua opinione, questa è una mia grande debolezza, di quelle splendide automobili Fiat 1100 passo lungo. Amo le opere d'arte”. Muiesan, si accorge dello sguardo sognante dell'inglese e cambiando atteggiamento affronta l'argomento. “Capitano, le devo dire la verità, nella stiva le ho mentito, anch'io so apprezzare quelle splendide creazioni dovute al talento e all'abilità italiane. Adoro soprattutto quelle originali aperture degli sportelli”. Ricordando le battute fatte con Zarli, continua sorridendo. “Avevo pensato di comprarne due e una regalarla al mio primo ufficiale. Purtroppo, era solo un sogno condiviso con lui”. Stevens sembra incredulo e, trionfante, prende la palla al balzo. “Comandante, lo sapevo, lo sapevo che un uomo come lei non poteva non aver subito il loro fascino. Ah, se potessi regalarne una a mia moglie Dorothy, impazzirebbe. E poi, sì, sì quegli sportelli, anche se magari un po' pericolosi, di certo assolutamente bellissimi. E le cromature, così originali”. Muiesan coinvolto. “Direi geniali. Eh sì, la Fiat 1100 Musone”. Stevens, sorpreso da un termine che non conosceva, specialmente accostato a un'automobile chiede. “Musone? In che senso?” Muiesan, comprende la difficoltà linguistica e gli spiega. “Da noi, il viso viene anche chiamato muso, anche se si usa più per animali o cose, e un grande muso diventa un musone. Come la parte anteriore delle macchine nella stiva. É un modello che si ispira alla macchina presidenziale che viene utilizzata da Mussolini in persona”. Stevens piacevolmente sorpreso dalle informazioni avute, gli risponde con deferenza. “Accidenti! E non la interessavano le macchine, solo merci da trasportare. Mentre ora è lei a farmi la lezione. Vede, nella vita c'è sempre qualcosa da imparare”. Ci pensa su e mentre, divertito, mima il gesto sul proprio viso, continua. “Musone... e già grande viso... face... big face... musone”. E invita Muiesan a un brindisi. “A musone”. Sorridono e bevono un altro sorso di vino.
Nella sala mensa, ci sono alcuni soldati inglesi che aspettano il rancio e conversano rumorosamente fra di loro. I loro fucili, sono appoggiati lungo una parete. Entra Mario con il pentolone in mano. Al suo arrivo il brusio diminuisce e qualcuno pronuncia parole di gioia in stentato italiano. “Yeaah... spagetti e tomadoro, wine... vino... vino!” L'attenzione generale è su Mario. Come però leggono il titolo del giornale che Mario ostenta, nella sala cala il silenzio. Mario imperterrito, con aria compiaciuta, si avvicina a un tavolo, si gira verso i soldati mostrando loro con sfida il giornale che ha nella tasca del grembiule. Si legge chiaramente il titolo della disfatta di Dunkerque. Quindi poggia, con poco garbo, la pentola sul tavolo. L'impatto brusco fa fuoriuscire un po' del contenuto dalla pentola, che va a sporcare la divisa di un marine seduto al tavolo. Il soldato schizza in piedi e, mentre con il tovagliolo cerca di pulirsi, con ira dice qualcosa in inglese a Mario che, pur non avendo capito nulla, comincia a sua volta a inveire ad alta voce. I due si avvicinano faccia a faccia urlandosi contro, mentre gli altri soldati si avvicinano a Mario che comunque non si fa intimidire, mentre Pino cerca di allontanare i contendenti. Lo schiamazzo, richiama l'attenzione di chi è nelle vicinanze. Così Maciste, Fausto e altri marinai entrano in sala mensa cercando di capire cosa stesse succedendo. Carmelo attirato dal clamore, vede Paoletto praticamente terrorizzato, lo avvicina e gli parla all'orecchio allontanandolo dalla scena. Danilo assiste alla situazione e si allontana velocemente. All'interno sono entrati tanti marinai da superare in numero i soldati inglesi presenti in mensa. Le urla non fanno che aumentare, le mani sono troppo protese verso i rispettivi avversari. Arriva anche Baker, che oltre a urlare ordini inascoltati non sa che fare. I marine, si sentono sopraffatti e si avvicinano ai fucili appoggiati alle pareti. Gli italiani si fanno largo. Cominciano a cadere tavolini, sedie e vettovaglie.
Muiesan e Stevens stanno passeggiando lungo la prua della nave, con ancora i bicchieri in mano. Sembra che la tensione si sia lentamente sciolta. Al loro passaggio ogni italiano saluta Muiesan, che risponde sempre con un'espressione che cerca di ispirare sicurezza e tranquillità, e al passaggio di Stevens ogni marine saluta militarmente. Muiesan chiede a Stevens. “A proposito di Re, come l'avete vissuta l'abdicazione? In pochi mesi, siete passati da Edoardo VIII a Giorgio VI. Storia d'amore o tradimento?” Stevens, sembra rievocare nella sua mente quei fatti che coinvolsero la sua nazione in modo capillare, e gli risponde. “Fu un momento di grave incertezza. Vede Comandante, noi inglesi abbiamo sempre confidato nella presenza di un Re o di una Regina che mantenesse saldi i nostri valori, un punto di riferimento fisso, stabile, incorruttibile, come una famiglia”. Accenna un sorriso e continua. “E sì, secondo me e tanti miei connazionali, è stata una storia d'amore”. Muiesan è interessato. “Un evento straordinario in tutti i sensi, se non ricordo male è rara un'abdicazione?” Stevens, sembra trovarsi in una sua comfort zone e inizia a raccontare la sua esperienza di suddito inglese e di storico. “Certo, l'abdicazione non fu una pratica usata, più che altro ci furono rinunce al titolo, come quella del 1659, e destituzione nel 1553, nel 1217, nel 1141 e nel lontanissimo 1066. Comandante, comunque la cosa straordinaria cui assistemmo, fu che potemmo vedere la cerimonia dell'incoronazione attraverso il television, come in un film, mentre l'evento accadeva nello stesso momento. Che invenzione meravigliosa, nata dall'ingegno di tecnici scozzesi. Fu una circostanza decisamente emozionante. Da lasciare letteralmente a bocca aperta. Mai un pubblico, così numeroso, aveva seguito in diretta l'incoronazione”. Muiesan aveva poca dimestichezza con la tecnologia, lui aveva la sua radio che lo accompagnava in tutti i suoi viaggi, e gli bastava. “Sì, la televisione. Ho letto qualcosa, di alcuni esperimenti in Italia. Se non ricordo male, alla Fiera di Milano, fecero delle prove di trasmissioni. Sembra che alcuni gerarchi e industriali abbiano la possibilità di vederla direttamente nella loro casa. Chissà, forse sono solo voci di popolo. Io, continuo a sentire la radio. La vecchia EIAR non delude mai”. Muiesan è distratto dall'arrivo in fretta e furia di Danilo che, mentre avanza, già richiama la sua attenzione. Come gli è vicino, parla con un lieve affanno dovuto alla corsa. “Comandante... Comandante mi scusi, ci sono dei problemi in mensa”. Muiesan allarmato. “Che genere di problemi?” Danilo, non sa come comportarsi, è incerto perché è presente il Capitano inglese. “Comandante, è meglio che lo veda di persona”. Muiesan seriamente preoccupato. “C'entra per caso Mario?” Danilo annuisce, e continua rivolto ai due. “Penso che dobbiate intervenire entrambi”. L'espressione preoccupata di Danilo mette all'erta Muiesan che, guarda Stevens e senza spiegargli nulla, riprendendosi il ruolo di Comandante, gli ordina. “Andiamo. Mi segua”. Stevens non ci pensa due volte e conscio che qualcosa sta per accadere lo segue senza replicare. Stevens, mentre si avvia, fa un cenno a due marine di seguirlo. Tutti si avviano.
All'arrivo in sala mensa, vedono marinai e soldati faccia a faccia urlarsi contro in modo veemente nelle loro rispettive lingue. Alcuni soldati imbracciano i fucili, più per paura che per offendere. Stevens e Muiesan cercano immediatamente di calmare gli animi, il sergente Baker sembra non avere il controllo della situazione e c'è il reale pericolo che un soldato possa scriteriatamente usare la sua arma. Gli animi sono talmente accesi che neanche Muiesan e Stevens riescono a placarli, nessuno sente i loro ordini. Per entrambi, è una gestione difficile da affrontare, anche perché era la prima volta che fronteggiavano un'ira quasi incontrollabile senza conoscerne il motivo scatenante. Urlano ai propri uomini e, anche loro due, si ritrovano faccia a faccia a urlarsi contro. Stevens è furente. “Comandante Muiesan, possibile che non riesca a tenere in riga i suoi marinai?” Per un momento, sembra attenuarsi il vocio convulso e l'attenzione pare calamitarsi sui due. Muiesan, che ancora si sta guardando intorno, gli urla contro ancora più forte con voce stentorea. “È lei piuttosto, capitano Stevens, che non riesce a farsi rispettare. Dove sono le vostre rigide regole militari? Non sapete fare altro che minacciarci con le armi”. Continua tuonando. “A casa nostra!” Nell'udire queste parole, tutto l'equipaggio ritorna a inveire verso i soldati che a loro volta rispondono urlando. La situazione sembra degenerare. Improvvisamente da una parte della stanza una voce perentoria, potente e inaspettata, comincia a cantare il ritornello di 'O sole mio. “Ma n'atu sole cchiù bello, oi né. 'O sole mio sta 'nfronte a te!” Quasi all'istante la concentrazione di tutti viene rivolta verso quell'improbabile manifestazione canora. Sono tutti colti alla sprovvista e rimangono interdetti, quando dalle fila degli inglesi, in un italiano stentato, un'altra voce, anch'essa importante, si unisce alla prima e, piano piano, tutto il livore sembra scemare e alle due voci si aggiungono altre voci e nasce un coro. Pino, che vede un momento di stasi, prende una bottiglia di vino, coinvolge un paio di marinai e insieme cominciano a riempire e distribuire bicchieri pieni. Sono gli italiani che hanno il vino e continuano a guardare i marine con aria di sfida. Pino, prende un bicchiere lo alza e brinda al suo Comandante, seguito dagli altri marinai in coro. “Per il comandante Muiesan... evviva... evviva... evviva!” Pino, riempe un bicchiere e lo porge al sergente Baker che indeciso se prenderlo, guarda dubbioso Stevens che lo squadra severo, e annuisce. Stevens prende la palla al balzo e chiede di fare un brindisi in onore al loro Re. Gli inglesi studiano interdetti gli italiani, che si guardano tra loro e alcuni decidono di prendere le bottiglie e darle ai marine, che con quel gesto sembrano rilassarsi. Riempiti i bicchieri, i marine in modo solenne brindano al loro Re e cantano l'inno britannico God save the King. Mario, è sempre irato e fa per andarsene con aria schifata, quando alcuni italiani a loro volta cominciano a cantare l'Inno Imperiale. “Viva il Re! Viva il Re nella luce di Roma...”. Mario si unisce al coro italiano con il braccio teso, imitato da qualche marinaio. Come Mario li nota, prende coraggio e cambia inno e si mette a cantare -Faccetta nera-, seguito dai marinai con il braccio alzato. Questo, non fa che creare confusione e, alla fine, i cori si sovrappongono e si confondono, e questo genera in alcuni ilarità. Mario, con disgusto lascia la mensa. Pare che in sala la situazione si sia calmata e anche Muiesan e Stevens sembrano tranquillizzarsi. Stevens, che ha ripreso in un baleno il suo solito atteggiamento cordiale, si rivolge a Muiesan questa volta senza urlare. “Il mio Re oggi sarà felice, un brindisi dopo l'altro. Che ne pensa Comandante? Sembra che tutto stia rientrando. Se ancora le va, potremmo finire la nostra conversazione sul ponte”. Muiesan sta ancora valutando la situazione, guarda preoccupato i suoi uomini. La tensione è di molto scemata, e Muiesan cerca di incrociare lo sguardo con l'improvvisato cantante e, come avviene, lo ringrazia con un cenno del capo e un sorriso. Vede Danilo e Zarli indaffarati a liberare la stanza dai marinai non di turno alla mensa. Ognuno sta riprendendo le proprie attività. Comunque, sente ancora addosso l'enorme scarica di adrenalina che ha rischiato di sommergerlo. Guarda Stevens che, invece, sembra aver quasi all'istante ritrovato la calma e il suo naturale aplomb. L'inglese, resosi conto di non essere stato ascoltato, gli dice. “Comandante, allora vede anche lei che alla fine i nostri ragazzi si sono solo mostrati i denti, un po' come fanno i cuccioli. Avevano solo bisogno di sfogarsi, di urlare le proprie frustrazioni. Le tensioni vengono da lontano, e non possiamo pretendere che non sovraccarichino questi giovani figlioli, sia inglesi sia italiani. Siamo, purtroppo, tutti strappati dal nostro quotidiano. E voi con l'incertezza di poter tornare nel vostro paese ancora in pace, non state vivendo certo la serenità dei vostri precedenti viaggi. Però, quanto è successo dimostra che è bastato un canto, una voce, che ha generato un coro e ha smorzato ogni velleità. Vista la scena dall'esterno, penso che chiunque si sarebbe commosso. Comunque le dicevo, le va di continuare la nostra chiacchierata?” Muiesan non riesce ancora a decifrare il suo interlocutore. La prima volta che l'aveva visto, gli era apparso come un uomo che aveva poco a che fare con la rigidità di quella divisa. La situazione di quel momento era drammatica, e non si era soffermato ad analizzare la sua personalità. La cordialità dell'inglese, era comunque continuata, forse era sincera. E, ora dopo una circostanza dove occorreva polso e fermezza, Stevens non aveva perso la testa. In fin dei conti erano sulla stessa barca, in tutti i sensi, volenti o nolenti. Risponde a Stevens. “Come riesce a farlo?” Stevens è perplesso. “Cosa?” “Come riesce a mutare lo stato d'animo così velocemente. Un attimo fa ci urlavamo contro, e ora sembra pronto per andare a un rinfresco. Io non ci riesco, mi serve tempo”. Stevens, sembra divertito. “Yoga Comandante, concentrazione e tanta, tanta pazienza”. S'interrompe e si accerta che la calma fosse completamente ristabilita, poi indica a Muiesan l'uscita. “Bene Comandante, mi sembra che potremmo parlarne con meno confusione. Qui, è tutto sotto controllo”. Stevens guarda Baker, gli rivolge un cenno di assenso, e si avvia con Muiesan verso l'esterno.
Mentre passano tra i marinai, alcuni chiedono a Muiesan cosa fosse accaduto e lui tranquillizza tutti quelli che incontra, non parlando mai in negativo. C'è comunque apprensione, qualcuno suppone che i marine abbiano aggredito gli italiani, le voci che arrivano sono distorte, confuse e generano preoccupazione. Muiesan si rende conto che bisogna informare tutti i marinai e dice a Stevens. “Capitano, ho bisogno di comunicare con tutto il mio equipaggio. Mi permetta di fare un avviso”. Stevens trova ottima l'idea. “Certo Comandante, da dove vuole farlo?” Muiesan non ha dubbi. “Dal ponte di comando”. Stevens scorta Muiesan in plancia. Durante il tragitto Muiesan cerca di dare ordine ai pensieri, vuole essere persuasivo, non vuole allarmare, e non vuole mentire. Li ha visti i suoi uomini con gli sguardi smarriti, con il bisogno della sua presenza. Quel tragitto gli sembra più lungo del solito, il suo passo è appesantito. Avverte il tempo come rallentato, cammina nell'aria che sente più spessa, è come incedere a fatica in un fluido denso.
Arrivato in plancia, Muiesan è consapevole che il messaggio che si espanderà attraverso gli altoparlanti, dovrà essere chiaro e definitivo, dovrà creare ancora più unione di quanto ce ne fosse stata fino a quel momento. Il messaggio raggiunge ogni luogo della nave, e tutti gli uomini ascoltano ogni parola con il batticuore. “È il Comandante che vi parla. Mi è d'obbligo chiarire quanto è accaduto in sala mensa, poiché troppe versioni non concordano con i fatti. Un malinteso tra gli addetti alla cucina e alcuni marine inglesi, ha portato ad alzare i toni più del dovuto. Nessuno ha subito conseguenze, e l'intelligenza dei due gruppi ha fatto sì che sia stata solo un'incomprensione dovuta ai nostri idiomi e culture differenti. Ripeto che grazie all'intelligenza e al buon senso, che confido ognuno di voi metta in campo, tutto è rientrato nella normalità. Pertanto, l'equipaggio della SS Umbria è tenuto a continuare nelle sue regolari mansioni. Grazie a tutti. Il comandante Lorenzo Muiesan”.
I corridoi ancora vibrano delle parole di Muiesan, e i commenti che ha generato sono, come al solito, eterogenei. “A me, hanno detto che se le sono date di santa ragione”. “No, che dici, qualcuno li ha sentiti cantare e fare brindisi”. Ognuno ha la sua testimonianza. La versione, quella ufficiale, è una, ed è quella del Comandante, e bisogna prenderla per buona.
Intanto Muiesan e Stevens si dirigono nuovamente verso la mensa per verificare che tutto sia rientrato. Durante il tragitto, Muiesan legge, negli sguardi dei marinai che incontra che l'apprensione non è scemata quanto poteva supporre. Arrivati nel locale mensa, incontrano Danilo che sta ultimando la sistemazione delle vettovaglie cadute durante il mancato scontro. L'attendente, incrociando lo sguardo del suo Comandante si rassicura. Questa volta, è Muiesan che prende l'iniziativa. “Allora capitano Stevens, le va ancora di continuare la nostra conversazione?” Stevens entusiasta. “Certo Comandante, ora che tutto è rientrato nella normalità...” Muiesan lo interrompe. “Lasci stare la normalità, questa per noi non lo è, lo rammenti sempre”. Stevens riflette. “Ha ragione, comunque ha notato quanto è forte il potere della musica, è bastata una nota...” Muiesan sorridendo si inserisce. “Lei sottovaluta anche il potere del vino che allenta la tensione. Immagini se in battaglia fossero mandati soldati ubriachi... dopo un po' marcerebbero tutti amici a braccetto cantando a squarciagola”. Stevens sembra rifletterci seriamente, e con un velato sorriso. “Però sarebbe un'idea...” Entrambi sembrano più rilassati. Per quanto cerchino di estraniarsi dalla loro attuale realtà, la situazione mondiale che stanno vivendo non si può di certo risolvere davanti a un bicchiere di vino, ed entrambi sono consapevoli che saranno travolti dagli eventi a venire. Muiesan, tornato serio, si rivolge a Stevens più per parlare a sé stesso, analizzando la situazione. “La guerra ha già travolto voi e tra poco anche noi, e devo dire che lo sapevo, o almeno me lo aspettavo. Quando mai una generazione occidentale ha vissuto tutta la sua vita senza guerre? Nessuna, i nostri padri non più di ventidue anni fa, erano in trincea, quindi anche noi... eccoci qui partecipi volontari o no di scelte che sono al di sopra della nostra sfera di influenza. Non so se ha notato come il filo che lega tutta la storia dell’evoluzione umana, sia sempre stato la guerra. Quindi mettiamoci l’anima in pace. Oggi io e lei siamo qui a fare due chiacchiere, forse già domani cannoneggerete le nostre coste con le nostre famiglie e le nostre storie”. Stevens è conscio della frustrazione di Muiesan. “Comandante, ancora non le è andato giù di come vi abbiamo abbordato. Le assicuro, se fosse stato per me avrei aspettato fino a un’eventuale dichiarazione di guerra. I miei superiori erano di diverso avviso e gli ordini sono ordini. Non è più come nella vita civile, la guerra limita il libero arbitrio. Si eseguono gli ordini nella speranza che non ledano la morale e l'etica che ci distinguono dagli animali”. Muiesan è incuriosito dalla personalità dell'inglese, gli sembra una persona istruita e gli chiede. “Da civile di cosa si occupava? È un militare di carriera con antenati e avi grandi condottieri al servizio di Sua Maestà?” Stevens pare divertito dalla domanda. “No, fortunatamente i miei genitori sono solo dei semplici insegnanti, comunque molto apprezzati nella nostra comunità. Mi hanno permesso di frequentare la Oxford University Repton School Derbyshire, dove peraltro conobbi mia moglie Dorothy e dove potei dare sfogo alla mia attrazione particolare per la storia. Non un epoca storica particolare, piuttosto la sua totalità. Chissà, forse perché ancora non sono pronto a circoscrivere un periodo, mi sembrerebbe come se tradissi le parti di storia che dovrei lasciare. Fino a sei mesi fa, ho girato l'Europa studiando direttamente nei luoghi che più la raccontano. E l'Italia è il magnifico museo all'aria aperta con un'atmosfera unica, che ogni storico sogna di respirare”. Muiesan sembra ripensare ai loro precedenti colloqui. “Ecco perché è stato così preciso nelle date, quando mi ha parlato dell'abdicazione. Lei è uno storico. Ha visitato spesso l'Italia?” Stevens quasi timidamente. “Beh, uno storico lo trovo, sia lusinghiero sia esagerato, comunque potrei elencarle anche i nomi dei sovrani coinvolti. Per sua fortuna non voglio sembrarle poco umile e, non voglio tediarla. Sì, comunque ogni volta che ho potuto, ho visitato l'Italia. Le vacanze estive, sono state per me motivo di approfondimento degli studi effettuati. Mentre i miei compagni si andavano a divertire nei soliti luoghi di vacanza, io preferivo andare un mese o due, in Italia o in altri luoghi d'interesse storico, e ripassare dal vivo le centinaia di ore di lezione”. Muiesan meravigliato. “Accidenti, un ripasso ben costoso, a me sarebbe volato lo stipendio di un anno”. Stevens cerca di spiegare la sua condizione. “Sono consapevole che, grazie alla mia famiglia, ho potuto frequentare il college e poter fare la vita che desideravo, e sinceramente mi sento un privilegiato. Non ho mai né prevaricato, né ottenuto vantaggi se non con i miei sforzi. E ora sono qui, in un posto del mondo immensamente ricco di storia, a riflettere se la storia che sto vivendo al momento, non sia così terribile da non avere, in seguito, il coraggio, o il pudore di raccontarla.” Muiesan, sente che il suo interlocutore è travagliato da quegli eventi, e anche lui li vive come un naufrago che non sa se la prossima costa che osserverà sarà la salvezza o la fine delle sue speranze, e fa una sua disamina. “Come tutte le fasi storiche, quelle dove la guerra è la protagonista del cambiamento, alla fine chi la vincerà la racconterà come meglio gli piacerà, e successivamente, dopo che nessuno degli attori principali sarà ancora in vita, piano piano le verità, perché non ce né mai una sola, verranno svelate”. Stevens sembra voler cambiare discorso e lo invita ad aprirsi. “Piuttosto mi parli di lei. Certamente se vuole”. Muiesan pensa alla sua vita, sempre costellata da storie di mare, quel mare che lo ha fatto innamorare dalla prima volta che toccò quel liquido così strano, potente e coinvolgente. “Che le devo dire, io ho seguito sia l'istinto sia gli insegnamenti di mio padre marinaio e di suo padre marinaio prima di lui. Il mare, non può che essere parte della mia vita, è l'essenza della mia vita. Da bambino, ero affascinato dalle storie che mio nonno e mio padre raccontavano delle loro avventure per mare. Io, viaggiavo continuamente con la fantasia, leggevo romanzi e poesie sul mare con bramosia. I Malavoglia, o D'Annunzio che parlava dell'onda come di un essere vivo, mutevole, forte e debole nello stesso tempo. Come adesso, guardi”. Muiesan gli indica un onda che si sta formando, e Stevens si gira nella direzione indicata, mentre Muiesan declama. “Palpita, sale, si gonfia, s'incurva, s'alluma, propende. Il dorso ampio splende come cristallo; la cima leggiera s'arruffa come criniera nivea di cavallo. Il vento la scavezza...” Muiesan, fa una pausa non voluta. “E continua... purtroppo la memoria non mi sostiene”. Stevens è realmente impressionato dalla bellezza dei versi e lo esprime. “Complimenti, quelle parole, anche se alcune mi sono ignote, hanno raccontato quanto stavo vedendo, quasi una magia”. Muiesan, ancora coinvolto da quei versi. “E sì, la potenza delle parole e la magia del mare, un connubio perfetto. Sa, amo la Marina in generale, meno quella militare che è molto monotona, tutto in funzione delle armi. La marina mercantile, invece, è da sempre sinonimo del trasporto di beni e di persone. Ho immaginato fin dall'adolescenza, i viaggi attraverso l'oceano fatti con imbarcazioni, oggi qualcuna è nei musei e moltissime altre negli abissi dei mari, che affrontavano i flutti imperiosi, sballottati in ogni dove, con un carico precariamente stipato. Lo sforzo e il coraggio di quei marinai, hanno da sempre destato in me un'immensa ammirazione e ispirato. Lo immagina, varcare le soglie di un mare inesplorato, senza sapere se ci sarà un ritorno, con la paura di poter precipitare nel vuoto per aver raggiunto la fine del mondo? In quanti, oggi, lo affronterebbero? Bah... pochi mi creda”. Stevens, sembra affascinato dalle parole di Muiesan e gli chiede. “Quindi, lei avrebbe voluto fare l'esploratore?” Muiesan sorride tra sé. “Magari. Un tempo forse, con la fantasia. La realtà è che sono un umile traghettatore del mare, senza avventure epocali alle spalle da poter tramandare ai posteri”. “Mai dire mai Comandante, chissà la vita e la storia cosa ci regaleranno”. Stevens rimane pensieroso, poi cambiando argomento, gli domanda. “Comandante, se dovesse, e tutti speriamo di no, il vostro paese entrare in guerra, contro di noi, lei cosa farà? Prenderà le armi? Si arruolerà nelle vostre forze armate? Ci combatterà?” Muiesan ci riflette, si guarda intorno, vede la sua nave sotto il controllo di soldati armati che sorvegliano i suoi marinai e scuote la testa. “Mi sorprende notare che, pur essendo uno studioso della storia dell'umanità, non vede dove la storia di questo nostro personalissimo, banale presente ci sta portando?”. Stevens è perplesso, si aspettava una risposta secca, un sì o un no. “Non capisco Comandante, se scoppierà la vostra guerra dovrete pur prendere una posizione”. Muiesan, lo guarda e si rende conto che quell'uomo non capisce fino in fondo la loro condizione. “È molto semplice capitano Stevens, se l'Italia entrerà in guerra, io e i miei marinai forse passeremo alla storia come i primi prigionieri italiani di questa nuova guerra, o forse cadremo nell'oblio e nessuno saprà mai di noi”. Stevens, ci riflette e considera che in effetti gli italiani non hanno molte possibilità, se non la prigionia e guarda Muiesan con occhi diversi. Muiesan continua. “Quindi sapere cosa farei o non farei, non ha letteralmente nessuna importanza, così per tutti gli italiani presenti su questa nave”. Muiesan, parlando del suo equipaggio, si rende conto che è il momento della sua ispezione di routine e si rivolge a Stevens. “Capitano, pur essendo ormai la nave sotto il vostro comando, io non posso esimermi dal compiere quanto è dovuto a un Comandante e se, ancora possiedo quest'autonomia, vorrei fare il mio solito giro d'ispezione. Non le nascondo che, mai come ora, i miei uomini hanno bisogno della mia presenza fisica, non solo di una voce che esce da un altoparlante”. Stevens, non riesce a considerarlo un prigioniero, in fin dei conti non sono in guerra, e quell'abbordaggio era un'azione preventiva che, a parte quell'acceso diverbio in mensa, non aveva prodotto azioni da definire violente o provocatorie. Capiva perfettamente la grande responsabilità che aveva Muiesan, e rispettava la sua determinazione nel cercare di mantenere un clima il più possibile normale. Lo guarda con rispetto e gli risponde. “Comandante, non posso essere io a impedirle di fare il suo lavoro, anzi se posso in qualche modo supportarla...” Muiesan, aspettava solo un cenno di assenso, e ottenutolo lo interrompe. “Bene, la ringrazio per la sua comprensione, e no... no, grazie. Con il mio equipaggio interagisco io e non vorrei essere seguito da una scorta armata che condizionerebbe gli stati d'animo dei miei marinai. Ci lasci l'illusione di essere liberi”. Stevens, si fa serio e gli risponde. “Comandante Muiesan è certamente libero di muoversi nella sua nave e nessuna scorta la seguirà”. Muiesan, si congeda e si allontana, mentre Stevens da istruzioni ai suoi uomini in modo da non far seguire Muiesan.
Paoletto, seduto sulla sua branda, sta scrivendo alla fidanzata Marina. “Amore mio, oggi è stato il peggior giorno dalla partenza. Gli animi sono molto tesi, io cerco di rendermi invisibile il più possibile. Per poco non sono stato coinvolto in una rissa. Non puoi immaginare, urla, spintoni, tavoli ribaltati, bicchieri rotti e non so altro perché dalla mia cuccetta non vedevo, però sentivo tutto. Il Comandante che urlava, gli inglesi che sbraitavano e, un inaspettato canto, che diventò un coro, e dopo i brindisi, e tutto si placò quasi all'improvviso. Sembra assurdo, sembra di vivere in un sogno angoscioso. Sono tutti cambiati, non c'è più il clima familiare che si respirava prima. Ognuno sembra pensare solo a sé stesso. C'è aria di tempesta e, guardando in viso il Comandante, non c'è che aspettare che arrivi. Mai come in questo momento vorrei essere lì, accanto a te. Ho paura, e mi sento troppo solo e questo mi spaventa ancora di più. Ora basta con le mie lamentele, devo pensare positivo, come mi hai insegnato tu. È però difficile farlo quando sei circondato dall'incertezza del domani. Ti amo.” Muiesan, sta camminando lungo i ponti della nave e nota che c'è una certa svogliatezza nei marinai, la nave non è così curata come prima dell'abbordaggio. I ponti sono sporchi di carbone, il disordine è palese. Non dice nulla, non vuole che l'istintività prenda il sopravvento, deve mantenersi controllato, ogni piccola scintilla potrebbe causare uno scontro, sicuramente inaffrontabile. Risponde meccanicamente ai saluti dei marinai. Percorre i corridoi della nave diretto agli alloggi dell'equipaggio. Vi entra, e nota che tutto sembra troppo tranquillo, legge però sui volti degli uomini, la paura generata dal disorientamento originato dai fatti. Manca qualcosa, il rumore di quel vociare che rendeva l'atmosfera pregna di solidarietà, di appartenenza. Ora è tutto calmo, di quella calma che lui in questo momento percepisce solo come una resa, e sa che deve in qualche modo sovvertirla. Un marinaio gli domanda. “Comandante che dice, che ci succederà?” Muiesan, rimane un attimo pensieroso, e gli risponde a voce alta come se parlasse a tutti. “Vuoi la verità? Beh, non lo so. Anche per me è una situazione nuova. L'unica cosa che so, è che dovremo valutare le circostanze in base agli eventi. Siamo semplici pedine su una scacchiera di accadimenti molto più grandi di noi e, inoltre, non siamo degli eroi. Siamo uomini che vogliono tornare alle proprie case”. Si guarda intorno incrociando gli sguardi dei marinai, stranamente silenziosi, poi vede Paoletto, quasi rannicchiato sulla branda. Gli si avvicina e gli si siede accanto. Sorridendo, gli parla mentre gli scompiglia i capelli, come a un bambino. “Allora, come primo viaggio importante te ne sei scelto uno bello avventuroso. Ne avrai di cose da raccontare al tuo ritorno. Però questo non significa...” Muiesan si interrompe e alzandosi in piedi, aumentando il tono della voce, si rivolge a tutti. “... che la nave si prende cura da sola... dobbiamo continuare il nostro lavoro come sempre. Siamo marinai e questo nessuno ce lo può togliere. Quindi, non voglio vedere questo disordine”. E con i gesti fa notare come, in effetti, non c'è l'ordine che era abituato a vedere e continua. “Finché non lo dico io, il nostro compito è mantenere attiva e pronta a salpare di nuovo la SS Umbria, non appena usciremo da questa situazione. Non voglio vedere inefficienza e negatività”. Si rivolge a Paoletto. “L'ho visto solo io che i ponti sono ancora sporchi di carbone?” Paoletto, intimidito fa un cenno di diniego con la testa. Muiesan continua, sì rivolto a Paoletto, e chiaramente a tutti. “Forza allora, turno o non turno, ordino che tutti i ponti vengano lavati. Cerca i tuoi colleghi, e mettetevi subito al lavoro”. Poi, rivolgendosi a tutti con voce alta. “Non voglio vedere nessuno con le mani in mano, diamoci da fare. Chi non ha da svolgere compiti, aiuti chi sta già lavorando. Tutti, e adesso!” All'improvviso sembra tornare un po' di alacrità e serenità. I marinai si muovono, si incitano e fanno qualcosa per rimettere in ordine la camerata. Paoletto, si alza velocemente, rassetta il letto, chiude la lettera che stava scrivendo, l'unisce alle altre che tiene sotto il cuscino, e si avvia a compiere le sue funzioni. Muiesan, si guarda intorno con soddisfazione mista a preoccupazione e, lentamente, esce dallo stanzone salutato dai marinai che incontra.
L'orologio della plancia di comando segna le ore 18:00 e il calendario la data del 9 giugno 1940.
Muiesan è sul ponte di comando, dove c'è anche Zarli. “Ciao Rodolfo, che mi dici? Ci sono altre novità?” “Comandante nessuna novità, e speriamo che non ce ne siano altre, con oggi credo che abbiamo fatto il pieno”. Muiesan è stanco, e sente il bisogno di stare solo. Si guarda intorno e vede la sua plancia inutilizzata e prova una sorta di impotenza, ormai anche la sua presenza è inutile. Si rivolge a Zarli. “Rodolfo, se ti occorre sono nella mia cabina, a questo punto non possiamo fare nient'altro che adeguarci e aspettare che gli accadimenti facciano il loro corso”. Si guardano e senza più parlarsi Muiesan esce. Percorre il tragitto verso la sua cabina, con la netta sensazione di non essere più al comando, ormai subalterno alle forze occupanti, ed è certo che non sarà possibile tornare indietro. Le notizie sulla guerra cui sono coinvolti gli inglesi, non sono a loro favore, la Germania è un rullo compressore, nulla sembra interrompere quell'avanzata sul suolo francese. Arrivato alla porta della sua cabina, dopo un forzato cenno di saluto al marine che staziona davanti la sua cabina, entra deciso. Chiude la porta e rimane fermo a scrutare, come se lo vedesse per la prima volta, l'interno dell'alloggio, guarda distrattamente gli appunti, le foto e tutto gli appare distante. Muiesan, si sente stressato come mai nella sua vita. Ha bisogno di un momento di lontananza, se non del corpo, della mente. Con calma quasi teatrale, si toglie il cappello e la giacca della divisa che appende lì, come sempre, sotto il cappello, e una sensazione di ultima volta lo sfiora, quasi a fargli avere dei brividi. Potrebbero essere gli ultimi gesti, quelli fatti meccanicamente con consuetudine quotidiana, a bordo della sua grande nave. Si siede sulla branda, la testa tra le mani, poi si distende. Dopo pochi secondi, all'improvviso, come ricordasse qualcosa, allunga un braccio e accende, a basso volume, la piccola radio che ha in cabina. L'orologio segna le ore 18:15. Muiesan, sulla branda quasi si assopisce. All'improvviso, la trasmissione s'interrompe e il messaggio che si irradia dalla radio lo fa sobbalzare. Si siede repentinamente, prende la radiolina, l'avvicina all'orecchio e ascolta il seguente messaggio. “Attenzione, attenzione, trasmissione straordinaria per le truppe dell'Impero e gli operai dell'A.O.I.(Africa Orientale Italiana). La guerra sarà dichiarata alle ore 19:00. Le ostilità inizieranno alle ore 24:00”. Muiesan si alza immediatamente dalla branda. Fa mente locale. Pensa: “Ci siamo, il dado è tratto. Siamo in guerra. Va bene, concentriamoci”. Sa benissimo cosa fare, più e più volte nella sua mente aveva ripassato le procedure, anche quelle più estreme, che avrebbe dovuto mettere in campo se la situazione avesse preso quella piega. Si mette subito all'opera. Comincia a raccogliere tutte le carte e i documenti sensibili presenti nella sua cabina. Poi apre la porta e, affacciandosi sul corridoio dove sono di sentinella due militari inglesi, chiama Danilo. “Danilo, sei qui vicino?” Il ragazzo è nei pressi della cabina e risponde immediatamente, avvicinandosi alla porta di Muiesan. “Comandante, eccomi, sono qui, mi dica”. Muiesan, come lo vede continua con la massima tranquillità. “Ah, bene. Per favore, mi potresti portare dell'acqua?” Danilo gli risponde prontamente. “Certo Comandante, la vado subito a prendere”. Chiusa la porta, Muiesan, raccoglie tutta la documentazione in una scatola. Mentre organizza le prossime mosse. Passano i minuti e il cuore sembra pulsare nella sua mente, come una campana che non lascia scampo al suo suono. Bussano alla porta, Muiesan l'apre ed entra Danilo con una bottiglia d'acqua in mano. Muiesan, gli toglie la bottiglia dalle mani. “Grazie, Danilo. Ora ho un compito importante da delegarti”. Danilo, vedendo il contenuto nella scatola che gli sta dando Muiesan, assume uno sguardo interrogativo e sta per chiedere qualcosa. Muiesan gli fa cenno di tacere e di non interromperlo, e a bassa voce, lo informa sulle nuove istruzioni. “Danilo, prendi tutti i documenti, i codici segreti militari, i manuali e tutte le informazioni che si trovano in plancia e bruciali insieme a questi nelle caldaie. Comunica a Zarli di convocare il Capo Costa e il nostromo Bonacorso nella mia cabina. Mi raccomando, con naturalità senza farti notare. Sono stato chiaro? Non dobbiamo insospettire gli inglesi”. Danilo è sempre più perplesso. “Sissignore, è tutto quasi chiaro. Non ne comprendo il perché? Che sta succedendo?” Muiesan sta riflettendo, cercando di dare ordine alle mille idee che gli affollano la mente. Continua a dare ordini. “Allora... fai issare sul picco della maestra la bandiera nazionale n.4”. Danilo chiede. “La più grande Comandante?” Muiesan come un automa risponde a Danilo mentre i suoi pensieri lottano per non affollarsi. “Sì, la più grande”. Danilo è sempre più preoccupato. “Signore, siamo già in guerra?” Muiesan, serio come mai prima di quel momento. “Tra poche ore. Bene. Ora vai!” Danilo esce e Muiesan cerca altre cose tra le carte della nave.
In plancia di comando, Zarli sta noiosamente aspettando che il tempo passi. Entra Danilo che, senza farsi notare dal marine di guardia, annoiato anche lui, si avvicina a Zarli e gli parla il più possibile vicino all'orecchio. Zarli, annuisce e si avvicina all'interfono e trasmette un messaggio. “Il capo Carlo Costa e il nostromo Bonacorso, a rapporto dal Comandante nella sua cabina. Ripeto, il capo Carlo Costa e il nostromo Bonacorso, a rapporto dal Comandante nella sua cabina”. Danilo esce e si dirige alle caldaie cercando di passare inosservato. Arrivato alla porta di entrata delle caldaie, incrocia il Capo Costa che sta per uscire. Danilo entra di corsa. Costa si rende conto che il ragazzo non sembra neanche averlo visto. “Ehi Danilo, quanta fretta”. Poi, nota le carte che Danilo ha in mano mentre si avvicina alle caldaie con il chiaro intento di bruciarle. Costa è decisamente allarmato. “Ehi, che fai?” Danilo, gli risponde a bassa voce mentre comincia a inserire nella fornace i documenti. “Eseguo gli ordini del Comandante”. Carlo Costa, da un'occhiata ai fogli ed esclama. “Accidenti, questi sono i codici...” Danilo, gli fa cenno di calmarsi. Costa, prende con le due mani il viso di Danilo e seriamente gli chiede. “Che sta succedendo?” Danilo, è realmente preoccupato e la sua espressione non lo nasconde. “Capo, credo che siamo in guerra. Capo, non perda tempo, deve andare subito dal Comandante”. Costa fa per uscire, e Danilo gli dice. “Capo, senza dare nell'occhio. Si è raccomandato il Comandante”. Costa annuisce ed esce mentre Danilo continua a distruggere i documenti.
Bussano alla cabina di Muiesan, che immediatamente apre e fa entrare Carlo Costa. All'interno sono già presenti Zarli e il nostromo. Costa, vedendo anche Zarli e percependo una tensione nell'aria come mai prima di allora, si preoccupa ancora di più e chiede. “Comandante che sta succedendo?” Muiesan, sembra avere la testa altrove, sta elaborando la situazione cercando di analizzarla sotto tutti i punti di vista possibili. Li guarda tutti e tre e, con calma, gli fa cenno di aspettare. Costa, Zarli e Bonacorso sono presi alla sprovvista, hanno mille domande e non vedono l'ora di avere delle risposte. Muiesan gli parla, “Aspettate, ancora un momento. Devo prima avere una risposta... un momento... solo un momento”. Sembra tormentato mentre mette mano a carte, mappe e cerca di fare spazio sulla sua scrivania. L'aria è tesissima. Bussano alla porta e Danilo chiede il permesso di entrare. Muiesan apre, e accede Danilo. Muiesan gli chiede. “Hai fatto tutto come stabilito?” Danilo annuisce. Muiesan sembra quasi rilassarsi, è solo per un attimo, poi distende la planimetria della nave sulla scrivania. Carlo Costa sembra già aver capito. “Comandante, non penserà di...”. Muiesan, lo interrompe nuovamente e comincia a parlare lentamente e con tono basso. “Alla mezzanotte l'Italia dichiarerà guerra all'Inghilterra e alla Francia”. Zarli gli domanda. “Ha sentito la radio?” Muiesan annuendo. “Sì, dieci minuti fa. E non credo che i nostri occupanti ne siano già informati”. Zarli continua. “Cosa pensa di fare Comandante?” Muiesan, ora ha ben chiaro il da farsi. “Sappiamo perfettamente che non ci lasceranno andare, e che requisiranno la nave e il carico”. Serio guarda tutti negli occhi, cercando di capire le reazioni a quelle parole. Poi continua. “Vi renderete conto, anche voi, che non possiamo permettere che questo avvenga”. Carlo Costa è perplesso, comunque anche il suo ragionamento lo porta alle stesse conclusioni di Muiesan. “Quindi Comandante, facciamo quello che ho intuito? Non vorrei proprio che fosse vero. Esclusa l'idea di far esplodere la nave, perché spazzeremmo via Port Sudan e mezza fascia litorale, non rimane che l'autoaffondamento. Dico bene?” Muiesan, con voce grave. “Ebbene sì, dobbiamo auto affondarci”. Danilo e Zarli, si guardano increduli. Bonacorso chiede. “Comandante, come possiamo farlo senza che se ne accorgano? Quelli ci sparano!” Muiesan, ormai ha deciso. “Capisco che sarà la cosa più rischiosa di tutta la vita. Signori, purtroppo non possiamo fare altro”. Indica il progetto della nave e si rivolge a Costa e Bonacorso. “Voi due ne sapete più di tutti noi su questa nave. Vediamo come fare per affondare il più velocemente possibile. Che dite, quali sono le valvole che dobbiamo aprire?” Interviene Zarli. “Comandante, ci sentiranno”. Muiesan riflette un attimo, già aveva considerato che i rumori avrebbero potuto attirare l'attenzione degli occupanti. Lui, in quei giorni di occupazione, aveva studiati bene gli inglesi, e notato che l'addestramento degli uomini è per loro una priorità. Muiesan, quasi con aria di trionfo dice a Zarli. “Rodolfo, dobbiamo sfruttare i loro punti deboli. Loro sono molto zelanti nel mantenere attivi i soldati, noi allora per non essere da meno faremo un'esercitazione di salvataggio. Ci sarà movimento in tutta la nave, così non potranno controllarci tutti. E poi, sicuramente, non se lo aspettano. Vedrai che non si opporranno”. Si rivolge a Danilo, che era stato molto attento. “Cerca il capitano Stevens, e avvertilo che ci sarà un'esercitazione di salvataggio. Avverti il caporale di macchina Corsi di farsi trovare in sala macchine in attesa di ordini. Prendi due marinai fidati e coinvolgili nel distrarre i marine nei corridoi e vicino la stiva”. Danilo. “Va bene, come li distraiamo?” Muiesan, continua con un ghigno di soddisfazione. “Siamo una nave mercantile, e anche se trasportiamo armi, siamo praticamente disarmati, e gli inglesi lo sanno. Non è proprio così. Abbiamo una sola arma, potente e la sfrutteremo”. Danilo. “Cioè? Comandante, non capisco”. “Neanche noi”, sembravano dire le espressioni degli altri tre presenti. Muiesan continua. “Ordina alla mensa di distribuire tutto il vino che i soldati reclamano. Gli piace brindare? Ebbene si facciano brindisi a volontà. Così si distrarranno da soli. A costo di svuotare tutte le bottiglie di vino e Arzente che ci sono nella stiva”. Muiesan ripassa a memoria quanto detto e continua. “Bene, hai compreso tutto?” Danilo, che man mano ha assunto un'espressione sul volto sempre più concentrata e consapevole di quanto stava per accadere, risponde deciso. “Certo Comandante, è tutto molto chiaro”. Danilo lascia la cabina. Muiesan, si concentra su Bonacorso e Costa che stanno analizzando il progetto della nave, cominciando a identificare i punti sulla carta per affondarla. Intanto Danilo, individuata la posizione di Stevens, gli si fa incontro. L'inglese lo vede arrivare, e capisce che sta per comunicargli qualcosa e come Danilo si ferma di fronte a lui gli chiede. “Danilo ti vedo trafelato, ci sono forse altri problemi?” Danilo cerca di assumere un atteggiamento il più tranquillo possibile e gli dice. “No, no Capitano, è tutto normale, per quanto possa esserlo una situazione straordinaria come questa. Volevo comunicarle che il comandante Muiesan vorrebbe disporre un'esercitazione di salvataggio, per mantenere attivo l'equipaggio”. Stevens, è piacevolmente sorpreso dalla solerzia del Comandante e l'approva. “Bene, molto bene. Ecco perché il capo macchina e il nostromo sono stati chiamati a rapporto. Bisogna sempre tenere la testa e il corpo impegnati. Bene, bene. Possiamo contribuire?” Danilo si aspettava quella domanda e risponde sicuro. “No, assolutamente, dobbiamo farla senza interferenze, se fosse possibile. Quindi se non ha nulla in contrario, faremmo l'annuncio all'equipaggio”. Stevens non vede impedimenti. “Perfetto. Avviserò i miei uomini di osservare, senza intromettersi”. Danilo è sollevato, non pensava che sarebbe stato così facile. “Grazie Capitano. Ora, vado a comunicarlo al Comandante”. Mentre Danilo si allontana, Stevens impartisce degli ordini al sergente Baker che con la solita mimica esagerata risponde a Stevens. “Excuse me sir, don't you think it's risky? (Mi scusi signore, non pensa sia rischioso?) Stevens non è per nulla preoccupato, sa che ha il coltello dalla parte del manico e gli risponde. “What could go wrong, whit his sailors still on board? (Cosa potrebbe andare storto, con i suoi marinai ancora a bordo?).
All'interno della sua cabina, Muiesan avverte di nuovo quella particolare sensazione di rallentamento. Il tempo sembra essere un vento contrario che lo spinge indietro, sia fisicamente sia mentalmente, mentre ha il disperato bisogno di andare avanti, per capire se ancora ci possano essere delle alternative. Costa e Bonacorso, osservati con febbrile attenzione da Zarli e Muiesan, stanno studiando la pianta della nave e cerchiando con una penna i punti cruciali della nave cui operare per provocare l'affondamento. Danilo bussa alla porta, e sembrò ai tre come se esplodesse una bomba tanto furono presi di soprassalto. Muiesan si avvia ad aprire mentre dice: ”Tranquilli, è Danilo”. Muiesan apre e Danilo gli comunica cosa ha risposto Stevens. “Il Capitano inglese, non ha obiezioni, anzi, e i soldati non interferiranno”. Muiesan soddisfatto. “Bene, molto bene. Danilo sai cosa fare, buona fortuna”. Stringe la mano a Danilo che con lo sguardo saluta gli altri tre presenti, ed esce. Muiesan, chiude la porta e si avvicina alla planimetria della nave e domanda. “Avete identificato i punti chiave?” Bonacorso ripassa i punti segnati sulla piantina, guarda Costa che annuisce e, con fare deciso e angosciato, risponde. “Sì Comandante”. Comincia a elencarli. “Bisogna aprire le due lupe connesse nella presa di mare principale e la valvola di presa ausiliare, la comunicazione a mare della pompa d’igiene, e aprire la porta stagna del locale caldaia e stiva n.3, nonché i portelloni di murata destra. Anzi, i portelloni di tutte e due le parti, così l’acqua entrerà con più forza”. Zarli, appunta ogni cosa su di un foglio e quando Bonacorso ha finito di parlare gli mostra quanto scritto per avere la conferma di non aver saltato qualche passaggio. Costa e Bonacorso lo esaminano e lo restituiscono a Zarli. Bonacorso conferma. “Sì, è tutto qui. Poche falle e questa grande nave sarà solo ferro in fondo al mare”. Guarda Muiesan, come per cercare ancora una soluzione alternativa. Nel suo animo sa che non ce ne sono, così come Costa ormai è cosciente che quello è l'ultimo atto. Muiesan, a questo punto, ha le risposte e le soluzioni ai suoi quesiti e non gli resta altro che entrare in azione. Si rivolge a Zarli, conscio del fatto che potrebbe essere il suo ultimo ordine. “Rodolfo, mi raccomando muoviti con la massima discrezione. Appena si accorgeranno della nostra operazione, io verrò immediatamente arrestato, quindi, è tutto nelle tue mani. Comincia la procedura con Bonacorso, dopo vai in plancia e attieniti al piano. Solo quando la nave sbanderà, dai il segnale di abbandonare la nave. Annuncerò l'esercitazione direttamente dalla mia cabina”. Rivolto a Bonacorso e Zarli. “Andate ora, e buona fortuna”. Entrambi stringono le mani a Muiesan e Costa ed escono. Rimasti soli i due continuano ad analizzare la pianta della nave. Muiesan, è esausto, sembra avere sulle spalle il peso della SS Umbria. “Carlo, mi sembra che più di così non si possa fare”. Costa, non riesce a staccare gli occhi dalla piantina della nave, con quei segni che parlano solo della sua imminente fine. “E sì, Comandante, o così, o una spaventosa esplosione”. Muiesan, si siede pesantemente sulla sua branda, dal comodino estrae una bottiglia di vino e due bicchieri. Ne porge uno a Costa e gli dice. “Allora Carlo, prima che si annacqui con l'acqua di mare, direi di non sprecarlo. Tra poco, ci faranno prigionieri, e chissà quando avremo la possibilità di gustarne ancora”. Fanno un brindisi alla SS Umbria, il più triste della loro vita.
Nel frattempo, Danilo, insieme a un paio di marinai, con fare allegro e amichevole, distribuiscono bottiglie di vino e Arzente . Passano sia dalla mensa sia dalle postazioni di sorveglianza che i marine hanno collocato nei corridoi. Come in una caccia all'uomo, Danilo cerca di scovare più inglesi possibile, e come li vede mostra uno sfavillante sorriso, proponendo improbabili brindisi. Gli inglesi, non si fanno domande e non si limitano nel bere. Nessuno dei militari occupanti, sembra immaginare quello che sta per iniziare.
Muiesan, mestamente, ripone i bicchieri e la bottiglia di vino. Il Comandante si appresta a fare l'annuncio dell'esercitazione all'equipaggio. È consapevole che sarà il suo ultimo comunicato che si ascolterà in tutta la nave. Guarda Costa e, mentre gli stringe la mano, gli dice. “Bene, Capo Macchina Carlo Costa, ci siamo, diamo inizio alle danze”. Muiesan, prende il microfono e comincia il suo messaggio. Dagli altoparlanti, lungo tutta la SS Umbria, arriva l'annuncio del Comandante. “A tutto l'equipaggio, è il Comandante che vi parla. Preparatevi per un'esercitazione di salvataggio. Ognuno di voi è stato addestrato e, tutti, sapete cosa fare. I nostri ospiti, sono stati avvertiti e non interferiranno. Sono certo, che tutto andrà svolto con la massima efficienza. Come sempre vi ringrazio per il vostro ottimo lavoro, nonché l'amore e il rispetto che dimostrate per la nostra nave. Il vostro comandante Lorenzo Muiesan”.
Si svolgono i preparativi per l'esercitazione, i marinai un po' perplessi dal messaggio particolare di Muiesan, si infilano i giubbotti e si apprestano ad andare alle postazioni di riferimento.
Paoletto, sembra un po' smarrito e sta chiudendo l'ultima lettera per Marina. Gli si avvicina Carmelo che nota la sua preoccupazione e cerca di rincuorarlo. “Beh, che c'è, non hai mai fatto un'esercitazione di salvataggio?” Paoletto, è decisamente in difficoltà. “Sì, non in mare aperto, l'ho fatta solo in porto”. Carmelo sorridente. “E cosa vuoi che cambi? Dai seguimi. Vedrai, sarà divertente. Almeno si fa qualcosa, mi stavo proprio annoiando. Magari questo servirà a tutti per scaricare un po' di tensione”. Paoletto insiste. “Il fatto, è che sta facendo notte, non sarà pericoloso?” Carmelo lo guarda fisso in volto, sorridendo. “Meglio che è buio, così nessuno noterà quell'aria spaventata che hai in faccia. Dai andiamo”. Paoletto, guarda la busta che contiene le lettere, ormai diventate una dozzina, e con attenzione la inserisce sotto il cuscino. Si infila il salvagente ed esce insieme a Carmelo.
Intanto Zarli, il nostromo Bonacorso e il caporale di macchina Corsi, cominciano le procedure di auto affondamento. A ogni apertura delle valvole, l'acqua inizia lentamente a penetrare all'interno della stiva. I tre, guardano il risultato della loro azione e sembrano soddisfatti. Zarli spunta, sul foglio degli appunti, con una x le operazioni fatte e, indicando le altre, dice. “Bene, ormai tutto è iniziato e non si torna indietro. Adesso dobbiamo solo seguire lo schema. Non perdiamo tempo, prima che gli inglesi capiscano”. Bonacorso e Corsi annuiscono e seguono Zarli che deciso si avvia a continuare l'azione di affondamento. Le indicazioni vengono eseguite alla lettera. Mentre continuano ad aprire le valvole indicate dalla lista, i tre, quasi inconsapevolmente, si guardano intorno, osservando la loro nave per l'ultima volta, con la morte nel cuore. L'acqua che sta penetrando comincia ad assume un suo carattere, dapprima fluisce con lentezza, quasi timidamente, come a domandarsi il perché di questo nuovo spazio a disposizione, e ora come ad aver compreso la situazione, un torrente impetuoso comincia a prendere possesso della SS Umbria.
I soldati inglesi, di guardia alle stive, si accorgono che dell’acqua sta allagando i pavimenti. Lanciano immediatamente l'allarme al sergente Baker che, valutata la gravità dell'evento, si precipita alla cabina di Stevens. Giunto di fronte alla porta del suo superiore, si posiziona in atteggiamento ufficiale e bussa con forza. Stevens, preso di soprassalto sobbalza e, mentre cerca di capire quello che oltre l'uscio sembra farfugliare Baker, apre la porta e vede il suo sergente agitato come non mai. Preso dall'impeto di bussare, quasi gli crolla addosso. Lo investe con un turbinio di parole che Stevens riesce a malapena a comprendere. Cercando a gesti di calmare Baker gli chiede. “Self-sinking? What are you talking about?(Autoaffondamento? Di cosa stai parlando?) Baker con aria colpevole. “Yes sir, it's my fault. I didn't realize they were up to something. (Sì, signore, è colpa mia. Non avevo realizzato che stessero facendo qualcosa.) Stevens, non ha tempo per riflettere sui rimorsi e le colpe di Baker e cerca, con la massima calma, di capire cosa sta accadendo. “Please let me understand? Are we taking on water? (Per favore fammi capire, stiamo imbarcando acqua?) Baker, sempre più costernato. “Yes sir, in the hold. (Sì, signore, nella stiva.) Stevens, è su tutte le furie. Guarda fisso negli occhi Baker, pur non vedendolo, la sua mente è un uragano di pensieri, di ipotesi, di riflessioni, si fa domande, mille domande. Non si capacita, perché fare un'azione del genere, non ne vede il motivo, o forse non era un'azione deliberata, forse un avaria, oppure un problema durante l'esercitazione. Deve parlare immediatamente con Muiesan. Prende con impeto la giacca della divisa, il berretto, ed esce dalla cabina rivolgendosi a Baker. “Follow me”. (Seguimi). Si avvia, a passo svelto, verso la cabina di Muiesan seguito da Baker e da un drappello di marine.
Il gruppo, arriva celermente di fronte alla porta della cabina del Comandante e Stevens bussa con vigore. Un secondo dopo, non ottenendo risposta, sentendo del movimento all'interno, ribussa con più energia e chiama forte il Comandante. Muiesan e Costa, istintivamente cercano di mettere via le carte. Muiesan si ferma, si rende conto dell'inutilità di quell'operazione di occultazione, e con un cenno fa capire a Costa di fermarsi. Mentre Stevens continua a bussare e a chiamare a voce alta Muiesan, lui prende dall'appendiabito, con lentezza, la sua giacca e il suo cappello da Comandante e si avvia ad aprire la porta. Stevens, sta per bussare di nuovo, quando si apre la porta e appare Muiesan con aria tranquilla, mentre sta indossando la giacca. Stevens, nota anche Costa all'interno della cabina. Muiesan, vedendo il gruppo armato e deciso, capisce che il punto di non ritorno era stato varcato e si rivolge all'inglese. “Buona sera capitano Stevens, che succede?” Con fermezza, non più sorridente come nelle altre occasioni, Stevens, lo affronta anche con un pizzico di isteria nella voce. “È lei, comandante Muiesan, che mi deve dire cosa sta succedendo! Le stive si stanno riempendo d'acqua. È forse in atto un'azione di sabotaggio?” Muiesan, è sorpreso da quell'atteggiamento di Stevens, non si aspettava quella mancanza di autocontrollo dell'inglese, sempre pronto a gestire con calma le situazioni. Si rende conto di aver in qualche modo vinto, di averla fatta in barba alla grande potenza britannica e con fermezza gli risponde. “Vede Capitano, potremmo parlare di sabotaggio, se questa nave fosse di vostra proprietà. Tuttavia, per quanto voi vi possiate sentirvi padroni di ciò che arbitrariamente avete sottratto, questa nave è mia, è del mio equipaggio, ed è italiana. E tutti noi, abbiamo deciso che non sarà mai una vostra nave, a costo di affondarla”. Stevens che non conosce il motivo di quell'azione, brancola nelle sue ipotesi. “Comandante, non mi può dire che lo sta facendo ancora, per la nostra ormai archiviata e poco ortodossa conoscenza. Abbiamo cercato di non far pesare la nostra, capisco scomoda, armata presenza. Mi lasci dire che lei sta andando ben oltre, mettendo a rischio l'incolumità del suo intero equipaggio”. Con un'ira, che cerca di nascondere, gli chiede. “Why? Perché Comandante?” Muiesan, comprende che gli inglesi non hanno il benché minimo sentore della dichiarazione di guerra italiana, e ragguaglia con aria ufficiale Stevens. “Perchè siamo in guerra, e io sono suo prigioniero”. Vedendo lo sguardo stupito di Stevens, continua. “Mi dispiace capitano Stevens, ho sentito alla radio che le ostilità inizieranno alle ore 24:00”. L'inglese, è preso alla sprovvista, non crede che Muiesan possa essere più informato di lui. “Come può saperlo, ne sarei a conoscenza”. Muiesan, stranamente, comincia a avere una sensazione di fierezza, si sente orgoglioso di quello che lui e il suo equipaggio stanno facendo. Risponde a uno Stevens che è in evidente grossa difficoltà, perché si sta rendendo conto che una preda così importante come la SS Umbria, gli sta scivolando tra le dita come sabbia. “Come già le ho detto, la EIAR, la nostra radio, non delude mai, e alle ore 18:00 ha trasmesso il messaggio alle truppe dell'Impero, informandole che alla mezzanotte, le nostre due nazioni saranno in guerra. Ora Mr. Stevens, la nave italiana SS Umbria, sta affondando e l’unica cosa da fare anche per lei, è di raccogliere la sua gente e abbandonare la mia nave”. Stevens, ha un moto di stizza, sembra rendersi conto di essere stato beffato, con maestria, da marinai disarmati. Guarda fisso negli occhi Muiesan, poi si gira e comincia a impartire ordini. Appena finito di darli, senza più degnare di uno sguardo Muiesan, si avvia all'esterno, seguito da marine armati che scortano Muiesan e Costa.
Intanto Zarli, Bonacorso e Corsi, sono quasi alla fine del loro compito, i portelloni di entrambe le murate sono gli ultimi a dover essere aperti. Zarli, comunica ai due le prossime mosse. “Bene, questi portelloni devono essere aperti quando la nave smetterà di inclinarsi. Io, vado al ponte di comando e, quando lo scafo sbanderà, darò l'abbandonate la nave. Appena sentirete l'avviso, dovrete aprire i portelloni. Fate più in fretta possibile, non sappiamo quanto tempo la nave rimarrà a galla. In bocca al lupo, ci vediamo a Port Sudan”. Si salutano con trasporto e Zarli si avvia. L'acqua sta diventando padrona della SS Umbria.
Sui ponti della nave, si sta eseguendo l'esercitazione ordinata da Muiesan, e né i marinai italiani, né i soldati inglesi sono al corrente della situazione. Quando Stevens arriva all'esterno, è trafelato, e impartisce ordini perentori, che prendono alla sprovvista i marine, in molti ancora sotto l'effetto del vino distribuito e ormai abituati a una convivenza pacifica. Gli italiani, riescono a capire poco da quegli ordini urlati in fretta. Gli basta guardare l'atteggiamento dei marine, che non lascia dubbi, qualcosa è cambiato. Le truppe inglesi, si schierano di fronte ai marinai italiani, le espressioni degli sguardi sono cambiate. Stevens dà l'ordine di segnalare all’incrociatore HMS Leander, ancorato a circa cinquanta metri dalla poppa della SS Umbria, l'azione di autoaffondamento. Dalla nave da guerra, inviano immediatamente una scialuppa pieno di marine. Gli italiani, non sanno cosa fare, qualcuno sospetta che la causa di questo cambio di atteggiamento possa essere perché stanno perdendo la guerra, altri pensano che invece la guerra sia iniziata anche per l'Italia, altri ancora che gli inglesi se ne stanno andando e non gli interessa più la nave. All'improvviso alle ore 19:00 del 9 giugno 1940, la SS Umbria ha un forte fremito e comincia a inclinarsi.
Zarli, da poco è giunto in plancia di comando, e appena avverte la nave sbandare, comunica all'equipaggio di abbandonare la nave.
I marinai italiani, già allarmati dallo sbandamento, sono come disorientati. Cosa sta succedendo? E, soprattutto, cosa fare? Si muovono in modo frenetico, chi riesce a rimanere lucido si precipita all'interno della nave per recuperare qualche oggetto importante, altri già si dirigono verso le scialuppe di salvataggio. Non manca chi comincia a inveire contro gli inglesi, rei secondo lui, della manomissione della nave. Regna il caos più totale, ognuno sembra pensare solo a sé stesso. Sono tutti fisicamente molto vicini, e un urto involontario tra alcuni italiani e un soldato inglese che, spaventato e pensando di essere aggredito, spara una scarica di mitra verso le scialuppe, fortunatamente senza colpire alcuno. Stevens, che ha assistito alla scena, si rende conto che si era trattato di un incidente involontario. Mentre anche gli altri marine si allarmano, Stevens interviene immediatamente e redarguendo con forza il suo soldato, ordina a tutti i militari di supportare l'equipaggio italiano durante il trasferimento sulla costa di Port Sudan. Il comandante Muiesan e Costa sono appena arrivati, scortati, all'esterno della nave. Avevano sentito la raffica e, Muiesan teme il peggio. Stevens gli si avvicina cercando forzatamente di mantenere la sua solita aria tranquilla, con la voce leggermente stizzita, cerca di rassicurarlo. “Tutto è a posto comandante Muiesan, soltanto uno spiacevole malinteso. Ora, i miei soldati faranno in modo che tutto si svolga senza ulteriori incidenti”. Muiesan, è realmente preoccupato e insiste. “Ho sentito un mitra sparare...” Stevens, mentre segue le operazioni di abbandono della nave, con noncuranza gli risponde. “È inavvertitamente partita una raffica. Ora, è tutto sotto controllo. Per cortesia Comandante, dia istruzioni ai suoi uomini, è libero di muoversi. Le assicuro, che faremo il necessario per arrivare tutti a terra incolumi”. Muiesan, immediatamente si attiva e comincia a dare ordini ai marinai italiani. Nello stesso tempo, cerca di dare conforto, mentre la sua mente è ancora vittima della eco di quello sparo, che lo rendeva conscio di quanto fragile potesse essere il confine tra un lasciare la nave senza conseguenze, e una possibile strage. La lungimirante intuizione di Muiesan, nell'effettuare un'esercitazione di salvataggio, aveva portato tutti i marinai a essere già attrezzati e pronti per lasciare la nave. A voce alta, cerca di comunicare con più marinai possibile. “Ascoltatemi tutti!” Quasi all'improvviso la scena sembra congelata, l'attenzione è tutta rivolta su di lui che continua. “La nave, la SS Umbria, sta per affondare. Siete tutti attrezzati e preparati per questa situazione, quindi esigo che mettiate in campo le istruzioni che avete ricevuto. I marine inglesi, ci supporteranno nelle operazioni. Come sempre aiutiamoci a vicenda e, forza, diamoci da fare!”. La sua presenza, ha immediatamente generato nei marinai italiani la consapevolezza di non essere soli e in balia degli eventi. Il Comandante è lì, con loro. Il caos iniziale, si trasforma in ricerca di organizzazione, ognuno fa mente locale e collabora mentre vengono calate le scialuppe in mare, e l'equipaggio, supportato dai marine, comincia a occuparne i posti. È giunto il momento per Muiesan e Stevens di salire su una scialuppa. Stevens, gli si avvicina e guardandosi intorno gli dice. “Bene comandante Muiesan, mi sembra che tutto si stia svolgendo con efficienza. A questo punto, dobbiamo anche noi lasciare la nave”. Muiesan, è lì con il corpo, mentre la sua mente viaggia nei ricordi. In un secondo, scorre il film della sua esperienza a bordo di quella nave. Le persone conosciute, le soddisfazioni condivise con ognuno di quegli uomini, lo rendono comunque orgoglioso del suo mestiere. Stevens, si rende conto dello stato d'animo di Muiesan. “Comandante, capisco perfettamente quanto possa essere duro per lei questo momento. Ormai né io, né lei, possiamo tornare indietro, e la sola strada che ci rimane da fare, è quella che ci porta a una scialuppa. Quindi, la prego, salga”. Con un gesto, lo invita a precederlo. Muiesan, lo guarda e seppur con cortese fermezza gli risponde. “Prima lei mister Stevens, vado per ultimo anche se, ora, sono suo prigioniero”. Stevens, è emozionato. Quei giorni passati sulla nave, gli avevano permesso di apprezzare la personalità di Muiesan, e non può fare a meno di dimostrarglielo. Allungando una mano per stringergliela, gli dice con trasporto. “No, comandante Lorenzo Muiesan, lei è mio amico”. Stevens, sale sulla scialuppa seguito da Muiesan, che sente pesare come un macigno quel piede che non vorrebbe staccare dal ponte della SS Umbria. Mentre cala la scialuppa, la sua mano sfiora la fiancata della nave. Una carezza come ultimo saluto.
A poppa, nella zona di sentina, appena ascoltano il comunicato di Zarli, il nostromo Bonacorso e il caporale di macchina Corsi, aprono i portelloni di tutte e due le parti. L’acqua, entra con più vigore e, come un fiume in piena, prende con violenza il posto occupato dall'aria. In un istante, tutto l'ambiente diventa alieno all'uomo.
La SS Umbria, comincia ad affondare più celermente. Le ultime scialuppe, si stanno riempiendo velocemente. Sono rimasti in pochi sulla nave. Tutti, si avviano verso gli ultimi posti sulle lance. Paoletto, esce di corsa sul ponte stringendo il suo pacchetto di lettere. Giovanni, cerca qualcosa e, mentre passa accanto a Zarli dice tra sé. “Sarà sicuramente su qualche scialuppa”. Giovanni, si avvia sconsolato verso una lancia di salvataggio. La SS Umbria, è fortemente inclinata a sinistra. Rodolfo Zarli, è l'ultimo uomo ancora a bordo. Sta per salire sull'ultima scialuppa, si gira, si guarda intorno, la nave è deserta come mai nella sua esistenza, ogni storia vissuta, ogni viaggio affrontato, ogni cambiamento subito, stanno per dissolversi e venire dimenticati. Zarli, ricorda i discorsi fatti con Muiesan sulla storia della SS Umbria e un'istintiva commozione lo assale. Non può cedere ora, è il Primo Ufficiale e il suo compito è assicurarsi che tutti siano in salvo e che nessun altro sia ancora a bordo. Esamina la situazione con attenzione intorno a sé, e vede che anche Bonacorso, Corsi e Giovanni, che ancora scruta con ansia la nave, sono in salvo. Lui, è il solo rimasto, così sale sulla scialuppa e lascia per sempre la sua nave.
È ormai buio, e l'atmosfera è pregna di silenzi umani che lasciano il campo ai rumorosi schiaffi che ogni remo, in modo asincrono con gli altri, si infrangono sul pelo dell'acqua. Sulle lance di salvataggio, gli italiani vogano con lo sguardo fisso verso la SS Umbria che, inesorabilmente, si inabissa. Devono tutti allontanarsi velocemente, perché le caldaie in pressione della nave, rischiano di esplodere e le uniche parole che rompono il silenzio sono gli ordini di remare più rapidamente.
La SS Umbria, si adagia sul basso fondale nell'arco di due ore.
Le scialuppe di salvataggio, arrivano a Port Sudan, e cominciano a sbarcare i soldati e i naufraghi. La scena notturna, ha del surreale. Al bagliore delle torce e delle fiaccole, i militari cominciano a indirizzare i marinai verso l'interno, ora sono prigionieri che devono essere trasferiti. I volti degli italiani, solcati dalle ombre nette e fugaci, generate dalle luce delle torce, esprimono rassegnazione, tutti ormai sono consapevoli del destino che li aspetta. Anche la lancia di Muiesan è approdata e, sceso, sta per congedarsi dal Capitano inglese, quando sopraggiunge trafelato Giovanni che, evidentemente preoccupato, lo interrompe. “Comandante, Comandante... non la trovo... non la trovo!” Muiesan è colto di sorpresa, non riesce bene a comprendere e lo guarda interdetto. “Che cosa Giovanni?” Giovanni con le mani nei capelli. “Che cosa? Chi, Comandante, chi? Eva! Non la trovo! Sarà rimasta sulla nave! Si sarà nascosta per paura ed è rimasta bloccata”. Stevens, sta ascoltando, è sbalordito e interviene. “Comandante, non ero stato informato che ci fosse una donna a bordo!” Muiesan, come si rende conto del malinteso, tra il divertito e il serio, spiega l'arcano al preoccupato Stevens. “No, Eva è la nostra gatta, e Giovanni non riesce a trovarla”. Stevens, contrariamente a quanto si fosse aspettato Muiesan, sembra prendere la cosa sul serio e si rivolge a Giovanni. “È certo che non sia sbarcata? Forse, non l'ha vista”. Giovanni, scuote la testa. “Sì signore, sono sicuro. L'ho cercata dappertutto. Quando la chiamo lei arriva sempre, se fosse qui mi sentirebbe”. Stevens, si guarda intorno e incrocia lo sguardo di Baker. Il Sergente, comprende all'istante che Stevens ha bisogno di lui e si precipita ad ascoltare gli ordini. Stevens, gli fa predisporre una barca per tornare sull'ormai relitto della SS Umbria, e verificare se ci fosse traccia della gatta.
Una luna crescente, che mostra una piccola falce, accompagna l'imbarcazione che scivola sulla superficie del mare. A bordo, regna una strana quiete, solo lo sciabordio dei remi che rompono il pelo dell'acqua e il respiro ansante dei rematori fanno da colonna sonora. “Una situazione strana, come lo è il mondo”, pensa Muiesan, gli inglesi sono in guerra, e ora erano diventati anche i loro carcerieri, eppure si preoccupano di un animale domestico che non sapevano neanche esistesse. Muiesan, si rivolge perplesso e incuriosito a Stevens. “Non pensavo che foste così sensibili, in fin dei conti è solo una gatta, che addirittura non avete neanche visto”. Stevens, è contento che sia stato rotto quel silenzio. “Caro Comandante, lei conosce poco la nostra cultura, noi abbiamo grande rispetto per gli animali. L'amore che Giovanni ha per la sua gatta, merita un piccolo sacrificio. E ci permette di passare ancora qualche momento insieme. Tra poco, le nostre strade si divideranno per portarci chissà dove”. Arrivati sul posto, con sorpresa e giubilo di tutti gli occupanti dell'imbarcazione, trovano Eva appollaiata su di un paranco per le scialuppe che, grazie al basso fondale su cui si era adagiata la SS Umbria, era rimasto in superficie. Giovanni, la chiama a squarciagola, con la voce rotta dalla commozione. Come la prua è vicina al paranco, Eva salta letteralmente nelle braccia protese di Giovanni che, afferratola, l'avvolge con la sua giacca, frizionando con vigore e amore la pelliccia della tremante gatta, per asciugarla e alleviarle la sensazione di freddo. Una piccola gioia collettiva, pervade quella ciurma improbabile, fatta di uomini coinvolti in una drammatica epoca, che insieme hanno raggiunto un obiettivo comune, seppur piccolo, e il suo ottenimento, solo per un fugace momento, li trasporta quasi in un altra dimensione, dove chi sei e da dove vieni non hanno importanza, conta solo la felicità di un istante di solidarietà. Ognuno, si congratula con il vicino, e tutti vogliono fare una carezza a Eva.
All'approdo della scialuppa a Port Sudan, la vista di Eva, sollevata da un entusiasta Giovanni, genera un po' di contentezza nell'equipaggio a terra, con urla di gioia e carezze incrociate che sfiorano Eva, che fa capolino dalla giacca di Giovanni, ancora spaventata e infreddolita. La gioia collettiva, dura il tempo di un sorriso, poi la consapevolezza del momento riporta tutti alla realtà, che li vede prigionieri. L'ultimo saluto tra Muiesan e Stevens è alquanto formale. L'inglese lo saluta militarmente e dato uno sguardo a Baker, si gira e si allontana insieme ai suoi uomini. Ormai custodire i prigionieri non è più compito loro, ora li aspetta la guerra. Giovanni, raggiunge un gruppo di marinai che si sta dirigendo verso l'interno della costa, e nota Claudio vicino a lui e sorridendo con ironia, gli dice. “Ehi, grande esperto di ciclismo... sai chi ha vinto il giro d'Italia?” Claudio contrito, non risponde. Giovanni, amichevolmente gli da una leggera spallata e gli dice. “Cippi, no Cioppi... hahaha Coppi, Co-ppi”. Mestamente, si avviano seguendo il gruppo che li precede.
Muiesan, ha raggiunto Zarli che sta sopraintendendo le operazioni per l'evacuazione dell'equipaggio della SS Umbria. In un attimo di pausa, Zarli si rivolge a Muiesan. “Comandante, sembra che nessuno sia rimasto ferito, e tutti gli uomini della SS Umbria sono sbarcati”. Continua con fare ironico. “Beh, forse avevo ragione che cambiare nome a una nave, se non porta male, di certo non porta bene”. Muiesan ci pensa un po', si guarda intorno e vede soldati armati che già li trattano da prigionieri, e come se solo adesso si rendesse conto di come tutto ormai fosse finito, cambiato, guarda il suo primo ufficiale, e gli dice, al limite della commozione. “È stato un onore aver lavorato con tutti voi. Chissà, se un giorno potrà ripetersi?” Zarli, mostra un minimo di ottimismo e cerca di trasmetterlo a Muiesan. “Sì, vedrà Comandante, in fin dei conti siamo dei civili e non si è fatto male nessuno, tra poco ci manderanno a casa. Non siamo nemici pericolosi per loro”. Muiesan, lo guarda per niente convinto. La sua mente riflette su quanto possa pesare, in questo momento, la sua opinione, il suo pensiero. Ora, l'unico sentimento che può dare, sia a se stesso sia ai suoi uomini, è la forza di guardare a un futuro con speranza. Mette, amichevolmente, un braccio intorno alle spalle di Rodolfo Zarli e lo conforta. “Sì, forse hai ragione, amico mio, tra poco torneremo tutti a casa”.
Dopo la cattura, furono inviati nei campi dei prigionieri di guerra del Kordofan ed Egitto. Il primo settembre 1940, assieme ai superstiti del -Colleoni- e della -Espero-, vennero trasferiti e rinchiusi nei campi dei prigionieri di guerra in India, fino al 26 aprile 1946. Alcuni ammalati dell'equipaggio rientrarono nel 1945; tra questi il comandante Muiesan. Quando furono liberati e tornarono in Madrepatria, ai marinai della SS Umbria non venne riconosciuta (a differenza del Conte Verde che si auto affondò dopo l'8 settembre 1944 nel porto di Shangai sotto la protezione della marina giapponese) la qualifica di -combattente- e il risarcimento dei danni per l’azione di autoaffondamento.
FINE

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